Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
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7.03.2001
PASQUA INDIMENTICABILE
(on air: "Fabrizio De Andrè - Per i tuoi larghi occhi")
[ho patito un gelo considerevole per scattare questa foto notturna...]
21/03/2008
Appena arrivati a Carpegna, intorno alle 14, ci ha accolto il gelo della villa. Credo fosse da Natale che nessuno ci ha più messo piede. Nell’attesa che il calore del cherosene facesse effetto, dopo pranzo siamo subito usciti in cerca di qualcosa, forse un po’ di Bellezza. L’abbiamo trovata su un sentiero negli immediati pressi della casa. Si sale per un centinaio di metri, fino ad un pianoro che domina la valle. Il cielo non promette nulla di buono. Nero come la pece. La sera, confidenze intorno al camino, mentre la voce squillante e sottile di Petra Magoni fa da tappeto sonoro.
22/03/2008
E’ sabato. Lo stereo diffonde la musica crepuscolare di “Five leaves left” di Nick Drake. Sono le 16 circa e siamo tutti sparsi per la villa, in piena distensione. Una sorta di quiete dopo la tempesta. Chi dorme, chi legge, chi tenta di comporre musica. Stamattina mi è sembrato di toccare il cielo con un dito. In alta quota, sul monte che prende il nome del paese che riposa alle sue pendici. La via che conduce alla cima porta un nome tra il ridicolo e l’inquietante: sentiero del Trabocchino. Poi, affrontandolo, si rivela ben poco comico. L’ultimo tratto era innevato e la salita è diventata una vera e propria arrampicata. Sulla vetta si è aperto un panorama mozzafiato. La montagna esercita su di me un fascino irresistibile, da sempre. Sotto il sole dei 1400 metri, il biancore delle plaghe di neve è accecante. Un soffio artico spazza i campi. I bucaneve tentano di aprirsi un varco circolare sotto il gelo. Non senti nulla, solo il fischio del vento. Ti piazzi al centro del pianoro e realizzi di essere nel bel mezzo della Bellezza. Di quella che riempie l’esistenza. E’ come se l’eternità si concentrasse tutta in un solo punto: qui ed ora, esattamente dove sei tu. Ho nelle orecchie la melodia persistente di “Mad world” nella cover di Gary Jules che fa da colonna sonora a “Donnie Darko”. Ed ora, eccoci qui, sparpagliati per la casa a riprendere fiato. Ma accomunati da un legame, un filo silenzioso: lo spettacolo che ci si è parato di fronte stamattina.
23/03/2008
La Bellezza oggi ci ha visitato nei termini di una nevicata memorabile. La mattina siamo partiti alla volta di Sassocorvaro, un paesino caratteristico come ce ne sono tanti sparsi nelle Marche. Usciti dalla visita della rocca, sulla strada del ritorno comincia a nevicare. La neve ci accompagna fino alla villa. Il biancore ci attira come api sul miele, perciò ci buttiamo subito a capofitto su un sentiero immacolato, giusto il tempo di parcheggiare l’auto. Al rientro, tante foto e un pupazzo di neve, con tanto di carota per naso e un paio di noci come occhi. Sembra di essere tornati bambini. Nello stereo, Giorgio Conte.
24/03/2008
Ci siamo alzati e un sole splendente picchiava duro sui cristalli di neve. Doccia veloce, spesa, poi si parte per una passeggiata sui campi innevati nel parco dei Sassi Simone e Simoncello. La neve intatta viene sporcata dai nostri passi fangosi e dalle infantili scritte “INTO THE WILD” che dissemiamo lungo il percorso. Ci sfianchiamo raggiungendo un punto panoramico spazzato dai venti. Poi, in lontananza, vediamo sopraggiungere un fronte nuvoloso piuttosto ostile. Nel giro di pochi minuti ci sorprende una tempesta di neve che seppellisce rapidamente le nostre tracce. Facciamo dietro front, ci distanzia dal paese circa un’ora e mezzo di cammino. Torniamo a casa zuppi e felici. Nel pomeriggio, nevica, torna il sole, nevica di nuovo. La sera, nulla di programmato, l'unica cosa certa è che domattina ci attende il ritorno in città ed è la sola, inevitabile nota stonata di una Pasqua che non dimenticherò facilmente. Il fuoco del camino, le chiacchiere degli amici e nello stereo, tutto Faber.
MARE D'INVERNO
(on air: "L.Tenco - Ho capito che ti amo (Luca)")
[il mare, oggi]
Ho da poco finito di leggere “Il disco del mondo”, di Walter Veltroni. E’ una sorta di breve viaggio nella tragica esistenza di Luca Flores, giovane e geniale pianista jazz morto suicida a 39 anni nel 1995. Da questo libro è stato tratto il film di Riccardo Milani “Piano, solo” con Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca. Che non ho visto. E che non so se vedrò, anche se naturalmente mi incuriosisce. Ma è una storia troppo toccante e, prima di vederne una qualsiasi traduzione cinematografica, devo avere il tempo di smaltire le penose sensazioni che mi ha lasciato dentro.
Talmente penose che, per qualche giorno, ho sentito il desiderio di allontanarmi un poco dal mio amatissimo strumento. Cosa quanto mai insolita, visto che ci sono periodi in cui vivo quasi una sorta di simbiosi con il piano. Anche questo fine settimana, tante foto. Mi hanno fatto bene. E mi ha fatto bene uscire e guardare le cose intorno a me. E oggi pomeriggio, tornato a casa dopo una passeggiata in luoghi dove il mare d’inverno sembrava respirare all’unisono con me, ho rimesso timidamente le mani sopra la tastiera. E’ venuto fuori quello che ascoltate. Una mia rilettura incerta ma, vi assicuro, molto sentita di “Ho capito che ti amo” di Luigi Tenco.
Al di là di tutto, posso solo sperare di essere riuscito a trasmettervi un po’ delle emozioni che questa canzone splendida è in grado di suscitare ogni volta in me.
Un caro abbraccio,
L.
Příští stanice: PRAHA!
(on air: "B.Smetana - Extract from "La Moldava")
Descrivere Praga è un’impresa improba, soprattutto venendo dopo Gianlu (compagno di viaggio strepitoso), che l’ha già fatto prima di me in maniera semplice ed eccellente. Mi ero studiato un pochino la città prima di partire, segnandomi le principali attrazioni. Era tutto un po’ confuso nella mia testa. Ma solo la sera del primo giorno mi sono reso conto di quello che avevo di fronte. Come spinto da qualcosa di indefinito, decido che è ora di dirigersi in quel posto magico che è il Ponte Carlo proprio al tramonto. Non è dato spiegare le sensazioni che attraversano l’animo percorrendo quell’antico collegamento tra una sponda e l’altra della Moldava, mentre le luci dei lampioni si stanno accendendo. E il Castello, con al suo interno la Cattedrale di San Vito, risplende esattamente davanti a te in tutta la sua solennità. La Città Vecchia (Staré Město) risponde ammonticchiando quasi uno sopra l’altro i suoi innumerevoli tetti rossi. Ho deciso che la Piazza della Città Vecchia è mia, solo mia. E’ come un salotto accogliente che ti abbraccia da ogni angolo. Ti senti a casa e ci torni ogni volta che puoi. Per ritrovare il conforto di un luogo che, sin dal primo impatto, ti appartiene. I negozi scintillanti, i locali confortevoli, gli scorci suggestivi, le architetture sontuosamente mitteleuropee e le viuzze colorate. Sembra di stare nel paese delle fiabe. In ogni chiesa, un concerto. Tutti i negozi musicali che ho incontrato parlavano la mia lingua, la musica classica. Smetana, Suk, Novak. C’è una piazza, davanti al Teatro Rudolfinum, dove si può ammirare la statua di Antonin Dvorak. E poi il Quartiere Ebraico con le sue sinagoghe e l’atmosfera kafkiana, la divertente litania della “příští stanice” nella Metro, le corse ai semafori pedonali troppo brevi, la funicolare per la collina di Petrin sopra Malà Strana, le risate fino alle lacrime prima di prender sonno, i caffè talmente lunghi da sembrare acqua sporca, la cena nel battello sulla Moldava, le orchestrine nomadi, il vento gelido e le foglie d’autunno.
Quattro giorni splendidi. In una delle città più belle e poetiche che abbia mai visto.
L.
PS: mi raccomando, non dimenticate di ascoltare il brano di Bedrich Smetana nella webradio: rappresenta Praga più di qualsiasi altra parola.
Altro viaggio, altra meta. Per il ponte di Novembre, pochi giorni, mi concedo un’incursione a Praga. La comitiva che mi accompagna è piacevolmente eterogenea, ancor più di quella creatasi per il viaggio a Barcellona di quest’estate: la dott.ssa Miriam, medico fresco di specializzazione e vulcano di energia; Ale, ormai collaudato nonché eccellente compagno di viaggi; e Gianlu, amico fraterno e apprezzato blogger, meglio conosciuto come "Perdigiorno" (chi dei miei lettori frequenta il suo blog ha imparato a conoscerne l’inossidabile ironia e lo spiccato sense of humour). Gli ingredienti ci sono tutti per passare 4 giorni divertenti e interessanti. Mi sembra già di sentir risuonare le tessiture avvolgenti e l'inconfondibile melodia de "La Moldava", il più famoso dei 6 poemi sinfonici che compongono il ciclo "La mia patria" di Bedrich Smetana, dedicato al grande fiume che passa per Praga.
Unica variabile impazzita, il tempo: qui sembra di essere in piena Apocalisse.
Un adagio piuttosto noto dice: “sposa bagnata, sposa fortunata”.
…vale anche per i viaggi?
Un caro saluto e un forte abbraccio a tutti,
L.
VARIE ED EVENTUALI
(on air: "Schumann - Melodia op.85 (Luca- Steinway Studio)")
Barcellona: giochi d'acqua colorati al Montjuïc
(circa mezz'ora di prove per fare questa foto...)
On Air: Schumann - Melodia op.85 (Luca- Steinway Studio)
Questo sarà un post molto sconclusionato, temo.
E’ iniziato il countdown, lunedì si ricomincia a trottare alla grande. Già intravedo le 45.000 emails che mi attendono “cordialmente” in ufficio. Barcellona ancora nel cuore, e sarà difficile da scacciare. Cioè, io non voglio scacciarla, ma sarebbe il caso, perché non posso iniziare a lavorare con il perenne ricordo di un bel momento nella testa. Sarei totalmente deconcentrato, e con il bestemmia-man in circolazione non è cosa buona. Anyway…
Ho appena finito un libro stratosferico: “Chiedi alla polvere” di John Fante. Da cui è stato tratto un film con Salma Hayek e Colin Farrell che la critica ha per lo più considerato mediocre ma che a me non è dispiaciuto. Però dovrei rivederlo, alla luce della lettura recente. Il libro è a tratti eccessivo, barocco, furibondo, frenetico, a tratti lirico, spazioso, immobile come le grandi distese desertiche che circondano L.A. Storia originalissima. Un amore strano, nato dal risentimento sociale, personale, anche fisico, se vogliamo. Un tira e molla disperato.
Cos’altro? Ah sì, appena tornato da Barcellona ho acquistato online una tastiera musicale, in realtà è un controller MIDI, completo di pedalino sustain. La collego al pc e con un software di campionamento dei suoni davvero splendido (per l’ottimo rapporto qualità-del-suono/peso-del-programma) riesco a suonare un mucchio di strumenti diversi. Inoltre è come se avessi tre pianoforti a coda in casa, Steinway, Yamaha C7, i migliori insomma, e la cosa è abbastanza esaltante. E’ un sogno che si avvera, dopo averlo vagheggiato da parecchio.
Tant’è che sto registrando un po’ di pezzi miei, per lo più scaturiti dalla voglia di improvvisare che è risorta dopo tanto tempo grazie a tutto questo armamentario. Alcuni li avevo anche scritti diverso tempo fa, e li ho riesumati. Vorrei arrivare ad un buon numero di tracce, metterli su cd e farli sentire a qualcuno. Visto mai che si potesse produrre qualcosa di decente?…
Piuttosto: nel mp3 player in alto potete ascoltare un brano del mio amato Schumann che ho registrato ieri, suonando su uno Steinway, in ambiente da studio discografico (santi programmi di campionamento…;-)).
Ieri sera, al ritorno da un cocktail sul lungomare ancora un po’ troppo rigido per essere giugno, un buon amico mi ha esposto la sua convinzione che la vita, in fin dei conti, è una continua attesa di qualcosa che non verrà mai. Mi pare un’affermazione verosimile su cui riflettere. Se non altro, tenuto conto del fatto che l’intero ‘900 letterario ha prodotto capolavori su questo tema, uno fra tutti “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati.
Perché investe alcune capacità primarie dell’essere umano, quali la speranza, l’aspettativa, l’illusione. Ogni giorno ci si alza con uno o più bisogni essenziali senza avere la certezza di poterli soddisfare. Ed è proprio questa incertezza il motore immobile di tante esistenze. Unitamente ad una prospettiva di felicità, sia pur fugace. E’ un discorso schopenhaueriano, in sostanza, ma ancora profondamente attuale. Che si interlaccia con quel desiderio di autonomia di azione che è il fulcro di qualsiasi volontà.
Ultimamente mi sento distante: dalla gente e dai suoi ragionamenti stereotipati, dal conformismo che ci porta a seguire un’unica direzione, dai modelli sociali vincenti che ci vengono costantemente proposti. Distante dallo sfacciato disinteresse e dall’insensato sospetto delle persone verso gli abissi e le immani profondità dell’Arte. Non si può vivere senz’Arte, perché si verrebbe presto colti da un inaridimento mortale che non lascia scampo.
Negli ultimi giorni ho partecipato, per lo più passivamente, a diverse riunioni di lavoro o presentazioni di varia natura. Tutta questa gente azzimata, fornita di una competenza illusoria e superficiale, e di un savoir faire professionale che nasconde inquietanti difficoltà di relazione umana, è quanto di peggio la società attuale abbia prodotto in termini di figure sociali. Mi verrebbe da alzarmi e andarmene, una buona volta, e gridare: “Leggetevi le “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll, e mi saprete dire che cazzo di fine ha fatto la nostra esistenza”.
Certo, sarebbe teatrale, stupido e avvilente, ma pur sempre un modo per chiamarsi fuori e dire:
“Io non voglio essere così”.
L.
...impossibile non commuoversi...
grazie Ennio (e poi, premiato dal "tuo" Clint... ;-))
esco a prendere una boccata d’aria dopo una domenica spesa a completare un lavoro per domani, giusto per evitare di sentire le solite lamentele insaporite da qualche sgradevole bestemmia, giusto per limitare i danni, ed ecco che sì, decido di fermarmi qui, per oggi può bastare, ho fatto parecchio, anzi ho fatto quasi tutto, quando sarebbe in realtà mio pieno diritto fare tutt’altro, rilassarmi, divertirmi, suonare, ma diciamo che ancora sto al gioco, e allora va bene così, prendo il cappotto e mi ritrovo catapultato nella confusione del centro insieme a F. e G., non ci capisco un cazzo, sarà che ore ed ore a programmare al pc rincoglionirebbero pure un bue, però mi chiedo per quale motivo tutto questo casino, e questo tappeto di coriandoli colorati sull’asfalto, ma sì, mi dico, è carnevale, però aspetta un attimo, che diavolo c’entra, siamo alla prima domenica di Quaresima, ok, la mia facoltà di pensare ormai è un’entità errabonda senza più dimora, meglio lasciarla girovagare finchè non si stanca di tutte queste facce, questi passi, queste parole gettate al vento, e allora ci buttiamo da Feltrinelli, una specie di camera di decompressione dove mi pare di sentir pulsare ancora un po’ di vita reale, e grazie ad F. trovo un libro che cercavo da parecchio, o meglio, mi ero dimenticato che lo stavo cercando da parecchio, “Variazioni selvagge” si chiama, di Hèlene Grimaud, una pianista tanto dolce nel tocco e nell'aspetto quanto selvaggia, appunto, nel carattere, tant’è che nel libro parla anche della sua devastante passione per i lupi, grazie F., mi hai letto nel pensiero, lo giro e rigiro nelle mani annusandone le pagine, sfiorandone la copertina satinata, quando di fronte a me incrocio uno sguardo, ingabbiato in una coda di cavallo, in un paio di jeans e una giacca pesante, cioè diciamo che non era proprio uno sguardo ma un sibilo, un sussurro, un fendente silenzioso e mobile, perciò pago in fretta, ci rimettiamo in marcia risalendo il corso e quel fendente è ancora lì davanti a noi, si ferma a contemplare un paio di vetrine, diventa una gazzella solitaria per poi sparire in una via oscura e laterale, e quel sussurro lo porto ancora con me per il viale, fino al Monumento ai Caduti colorato di viola, perché stasera il cielo era viola, e il morbido tetto di nuvole sopra le nostre teste proteggeva quel che restava dei nostri pensieri, ed ora sono qui, a casa, con Aphex Twin nelle cuffie e nel radioblog, ancora in attesa che la mia entità errabonda faccia ritorno, così potrò affidarle quel sussurro virato in viola
Non avendo parole per descrivere il bellissimo weekend dal
19 al 21 gennaio, ho pensato di fare un piccolo videomontaggio con
foto e musica. Se volete leggere qualche riga preziosa in merito, andate
da Miriam e Gianlu. Un forte abbraccio.