Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata
giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità . Non può
pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del
7.03.2001
...impossibile non commuoversi...
grazie Ennio (e poi, premiato dal "tuo" Clint... ;-))
esco a prendere una boccata d’aria dopo una domenica spesa a completare un lavoro per domani, giusto per evitare di sentire le solite lamentele insaporite da qualche sgradevole bestemmia, giusto per limitare i danni, ed ecco che sì, decido di fermarmi qui, per oggi può bastare, ho fatto parecchio, anzi ho fatto quasi tutto, quando sarebbe in realtà mio pieno diritto fare tutt’altro, rilassarmi, divertirmi, suonare, ma diciamo che ancora sto al gioco, e allora va bene così, prendo il cappotto e mi ritrovo catapultato nella confusione del centro insieme a F. e G., non ci capisco un cazzo, sarà che ore ed ore a programmare al pc rincoglionirebbero pure un bue, però mi chiedo per quale motivo tutto questo casino, e questo tappeto di coriandoli colorati sull’asfalto, ma sì, mi dico, è carnevale, però aspetta un attimo, che diavolo c’entra, siamo alla prima domenica di Quaresima, ok, la mia facoltà di pensare ormai è un’entità errabonda senza più dimora, meglio lasciarla girovagare finchè non si stanca di tutte queste facce, questi passi, queste parole gettate al vento, e allora ci buttiamo da Feltrinelli, una specie di camera di decompressione dove mi pare di sentir pulsare ancora un po’ di vita reale, e grazie ad F. trovo un libro che cercavo da parecchio, o meglio, mi ero dimenticato che lo stavo cercando da parecchio, “Variazioni selvagge” si chiama, di Hèlene Grimaud, una pianista tanto dolce nel tocco e nell'aspetto quanto selvaggia, appunto, nel carattere, tant’è che nel libro parla anche della sua devastante passione per i lupi, grazie F., mi hai letto nel pensiero, lo giro e rigiro nelle mani annusandone le pagine, sfiorandone la copertina satinata, quando di fronte a me incrocio uno sguardo, ingabbiato in una coda di cavallo, in un paio di jeans e una giacca pesante, cioè diciamo che non era proprio uno sguardo ma un sibilo, un sussurro, un fendente silenzioso e mobile, perciò pago in fretta, ci rimettiamo in marcia risalendo il corso e quel fendente è ancora lì davanti a noi, si ferma a contemplare un paio di vetrine, diventa una gazzella solitaria per poi sparire in una via oscura e laterale, e quel sussurro lo porto ancora con me per il viale, fino al Monumento ai Caduti colorato di viola, perché stasera il cielo era viola, e il morbido tetto di nuvole sopra le nostre teste proteggeva quel che restava dei nostri pensieri, ed ora sono qui, a casa, con Aphex Twin nelle cuffie e nel radioblog, ancora in attesa che la mia entità errabonda faccia ritorno, così potrò affidarle quel sussurro virato in viola
CHILDREN'S CORNER
(nel video: "Claude Debussy - Doctor Gradus ad Parnassum (Luca)")
"A ma chère petite Chouchou, avec les tendres
excuses de son père pour ce qui va suivre."
(la dedica di Claude Debussy alla figlia Emma-Claude,
soprannominata "Chouchou", apposta sulla pagina iniziale
dell'album di 6 pezzi per piano "Children's Corner"
del 1908 - da cui il brano che eseguo nel video è tratto)
Seguirà qualcosa di scritto, ma stasera sono cotto.
Nell'attesa, un forte abbraccio e buon ascolto.
L.
RESPIRI (on air: "T.Newman - Any other name (from American Beauty)")
Stasera sospendo ogni pensiero. C’è il respiro del mare che diffonde il suo sibilo. Lo avverti qui, proprio qui, sul petto, come un gatto che ti si è addormentato addosso. Quand’è così, è bene tralasciare ogni attività e ogni preoccupazione. Si è aperto un dialogo che sarebbe da criminali interrompere o spezzare bruscamente. Anzi, l’ideale sarebbe precipitarsi sulla spiaggia a raccogliere un po’ di sabbia da conservare per momenti migliori. Da filtrare granello dopo granello nelle corrucciate notti invernali, per riesumare un fugace brillio negli occhi. Per odorare una voce malferma. Per accertarsi della propria presenza, quando invece ci si confonde con la propria ombra. Il mare è un chiacchierone e la notte si sfoga. Qualcuno non si accontenta e vorrebbe registrarlo, ma riascoltando il nastro non si capisce niente. Devi fidarti solo della tua memoria. Di quello che hai sentito, o meglio, che credi di aver sentito. Puoi anche ficcare la testa sotto il cuscino: lo percepisci ugualmente. Non rimane che farsi espugnare da una verità mormorata. Non c’è da preoccuparsi: al risveglio una nuova età ci accompagna.
L.
[Thomas Newman è l’autore del brano che sentite in sottofondo, e che fa parte della colonna sonora del film “American beauty” con Kevin Spacey, Annette Bening e Mena Suvari.]
FRATRES (on air: "Arvo Part - Fratres (Kronos Quartet)")
********************************************************* Qua sotto trovate un sondaggino relativo al brano di Arvo Part, è rapidissimo, basta solo scegliere l'opzione desiderata e cliccare su "Vote", mi farebbe piacere avere un vostro giudizio...
*********************************************************
questa magnifica foto e la successiva sono di PrimulaPaziente
Il brano che ascoltate in sottofondo esercita su di me un potere irresistibile. Si tratta di “Fratres” di Arvo Part, nella eccelsa esecuzione del Kronos Quartet, tratta dal CD “Winter was hard”. Come preannunciavo già a qualcuno di voi, credo sia dovuto al fatto che associo questa musica ad un periodo della mia vita a cui sono particolarmente legato, l’adolescenza. Non sto qui ad approfondire il discorso, non fregherebbe a nessuno, giustamente.
Se potete e volete, prendetevi 10 minuti della vostra vita e concentratevi su questi suoni di un incanto siderale. Non c’è molto da fare: bastano un paio di cuffie, il volume abbastanza alto (all’inizio la musica sembra quasi sussurrata dagli archi) e il raccoglimento di una notte, stellata o nuvolosa che sia. E una cosa fondamentale: gli occhi chiusi.
Arvo Part, 71 anni, estone, è reputato uno dei massimi compositori contemporanei di musica “colta”. Cosa rarissima, considerato che è ancora vivente (la storia insegna, purtroppo, che la grandezza di un artista viene solitamente riconosciuta dopo la sua morte). La sua tecnica compositiva, da lui definita “tintinnabuli”, è molto caratteristica e qui è spiegata abbastanza bene, per chi volesse sviscerare.
Per quanto mi riguarda, ascoltare “Fratres” e vedere superbe immagini come queste, raffiguranti le “mie” adorate Dolomiti, è qualcosa che va al di là di una comune esplicazione verbale. Non si può dire. Probabilmente è qualcosa che ha a che fare con l’Infinito. Con l’Aldilà. Con un Mondo che è al confine tra Reale e Irreale. Mi ci immergo, sospeso tra ricordi d’infanzia, sublimi impressioni, intuizioni paniche. Mi ci perdo, senza più cognizione del tempo e dello spazio.
[ieri pomeriggio]
mi ritrovo disteso nel letto, senza forze, in preda ad uno smarrimento che, presumo, ha radici profonde ma che, latente e silenzioso, riemerge di tanto in tanto quando sto male anche fisicamente, saranno tutti gli antibiotici che sto assumendo per debellare questa stramaledetta otite che mi perseguita da giorni, sembrava sparita, e invece rieccola, ma non è lei la causa, non è lei, è una debolezza che da corporea diventa spirituale, una spossatezza, un deperimento, quando ti senti schiacciato da forze superiori, quando anche muovere i muscoli di un dito diventa un’impresa, quando non sai che cazzo ti succede, insomma, mi ritrovo nel letto, come dicevo, e dormo un sonno pesante, profondo, mi risveglio in uno stato di semincoscenza, rimango immobile per almeno mezz’ora, gli occhi vagano, sono alla deriva, ma pian piano riprendo vita, mi pare una resurrezione ancora più snervante del riposo, non sto male, o per lo meno non nel senso classico del termine, anzi, vorrei rimanere così a lungo ma so che sarebbe peggio, allora mi forzo, cerco di alzarmi, mi ritrovo seduto e scompare tutto, pericolosamente in equilibrio su di un filo esilissimo, sottile e inconsistente, mi puntello, mi raddrizzo, ci provo, ci sono, ci sono ancora, esisto, resisto
rieccomi al Mondo […]
GUSCI (on air: "A.Scriabin - Prelude op.2 n.2 (Luca)")
In questi giorni non riesco ad essere molto loquace. Stanotte ho dormito bene, strano a dirsi per un insonne come me. Eppure comincio a pensare che quelle notturne siano le ore più produttive. E che quelle passate a dormire siano rubate alla vita. Naturalmente, poi, la mattina sono un cadavere e mi trascino fino alla sera successiva non si sa come.
Sto leggendo “La banda dei brocchi” di Jonathan Coe, consigliatomi da diversi amici bloggers, tra cui la ladruncola, che ringrazio nuovamente anche del bellissimo cd di De Gregori. Quanto al piano, in questi giorni il jazz mi sta assorbendo quasi completamente. Attraverso periodi caratterizzati da un fisiologico alternarsi di interesse pressochè totalizzante tra classica e jazz. Perché poi considerarli due generi separati? Io ormai non faccio fatica ad interlacciarli strettamente.
Cos’altro? Ah, la foto che vedete in alto l’ho scattata la settimana scorsa al mare, in quell’ora e mezza strappata alla tempesta imminente. Sono dei piccoli gusci vuoti di cozze abbandonati dalla natura su uno scoglio di fronte al mare. Mi andava di fotografarli, non so perché. Originariamente l’immagine era a colori, poi l’ho virata in bianco e nero, che mi è sempre parso più elegante.
This is the End, my only friend the End...
(Martin Sheen as Captain Willard in "Apocalypse now" di F.F.Coppola)
Oggi, dopo aver suonato svogliatamente per un’ora scarsa, dopo una doccia rapida e qualche commento di risposta sui vostri blog, mi sono steso un attimo sul letto, stile Capitano Willard (Martin Sheen) nella sconvolgente scena iniziale di “Apocalypse now” di F.F.Coppola, uno dei miei film feticcio. Febbricitante, a metà tra la veglia e il sonno, tra lucidità e follia. Per un buon quarto d’ora non c’ho capito più un cazzo. Sensazione non completamente spiacevole. Come se prendessi un attimo di respiro da te stesso.
Ho avuto l’impressione che il cranio affondasse nel cuscino, pesante come un macigno. Ho chiuso gli occhi, o per lo meno ci ho provato, ma ho sentito la necessità di riaprirli immediatamente. Ho stretto le mani a pugno, talmente immobile che il mio corpo sembrava non appartenermi.
Oggi ho rischiato di schiantarmi con la macchina almeno un paio di volte.
Corro come un pazzo quando torno dall’ufficio, inconsciamente vado alla ricerca (velleitaria, ormai) di un po’ d’aria per la mente, mi agguanta una sorta di psicosi da ritorno (il solito “nostos”, ma decisamente più furioso di quelli finesettimanali) nel tentativo di far apparire più ragguardevole il tempo che mi rimane a fine giornata, giusto per non avere l’idea di vivere unicamente per lavorare. Ma non ci riesco. Non ci riesco. Quello che faccio dopo è il simulacro di ciò che vorrei fare, un surrogato ignobile. Niente di più.
Mi fanno male gli occhi. Ore ed ore, giornate intere a scrivere della merda che capisce solo il pc, lui e qualche server suo compare che dovrà “parsare” quello schifo di codice che partorisco faticosissimamente nel tempo.Il mio tempo, già, speso così, mi sembra ripugnante. Troverò il modo di uscirne, prima o poi.
Stasera, “The End” di Jim Morrison mi assomiglia in un modo inquietante.
Oggi va così, ragazzi, quindi smettete di leggere, così smetto anch’io di scrivere. Vi abbraccio.
‘Notte
L.
MILLE LUCI (on air: "F. Sinatra - I fall in love too easily")
Sto faticosamente riemergendo dai postumi di due serate consecutive, a base di chiacchiere, amici, locali e curiosi cocktails. Quattro ore di sonno non sono sufficienti per postare qualcosa di senso compiuto, ma mi costringo, in ottemperanza ad un aggiornamento che susciterà l’interesse di una mostra di vasi di ceramica cinesi, cioè pari a zero (senza nulla togliere ai vasi cinesi, s'intende...). Ma è giusto per dire: “ci sono”.
Come mi è capitato di scrivere anche per email a qualcuno di voi, temo che Hemingway, e soprattutto il suo “Fiesta”, mi abbia condizionato non poco, in queste recenti oscure e laboriose riappropriazioni di una propria identità esistenziale, alla ricerca di una sia pur minima e fuggevole serenità interiore che controbilanci la non-vita infrasettimanale. Francamente, ne potrei fare benissimo a meno, e cambiando abitudini di punto in bianco, la mia vita non ne risentirebbe affatto. Ma tant’è, e indossata la maschera, si va in scena sulla “girandola dell’essere”,come ogni giorno (cfr. “La ronde”, di Max Ophuls).
Cmq, stupidaggini a parte, si tratta ancora di mani, anche se con maggiore nonchalance della volta precedente, e sempre con la stessa persona. E anche di un Nostos, ma meno poetico dell'altro. Lazzi e frizzi, di una insensatezza se non altro sedante, per un paio d’ore di futilità innaffiata da un French Connection (uh?) che più che un brandy sembrava un beverone da centometristi. Per il resto, pura leggerezza notturna. Né più, né meno. Ah, quasi dimenticavo: buona musica (anche in balia di amabili conversazioni che captano l’interesse in modo quasi totalizzante, le mie orecchie rimangono perennemente sensibili al background sonoro che mi avvolge, tipo vibrisse di felina memoria).
Vogliamo rimanere in tema? Allora, ci starebbe bene un classico come “I fall in love too easily” interpretata da “The Voice”, con quella sua voce pastosamente sognante che ti avviluppa le budella, rinfrescate dalla scorrevole brezza di un drink. Scusate la banalità, ma mi pare di trovarmi in un locale semivuoto all’ultimo piano di un grattacielo newyorkese (Tinketta, mi farai da ciceronA? ;-)), poche luci soffuse, l’immenso Frank on the air, cravatta allentata, una mano in tasca, nell’altra un bicchiere, a scrutare le mille luci of the Big Apple, l’alacre vita che si nasconde dietro ognuno di quei bagliori, dietro ognuno di noi, DENTRO ognuno di noi. Vertigine pura, indagine solitaria, attesa di qualcosa che non sia una fine ma incessantemente un inizio.
My dear Frank, i fall in love too easily, di tutto questo, proprio come te…
Buona domenica,
Luca
PS: Flavione, devi stare più attento a quello che scrivi!! Ma ti rendi conto che a leggere il tuo "A presto, mein treuer Freund, fra due settimane torno a casa!" avevo un groppo in gola? :)...ti abbraccio, carissimo amico mio, a presto
La dolce e tentacolare Sonic ha ragione. Fare il professore di mattina, il programmatore di pomeriggio, il musicista di sera e il blogger di notte, alla lunga demolisce anche un macigno. Ma, nonostante l’immane carico di lavoro, ancora reggo. Finchè dura…
Un po’ di note sparse. Stamattina, più morto che vivo (come volevasi dimostrare…), imbocco la sopraelevata che mi rapisce ogni giorno. Come una specie di intestino d’asfalto, mi ingurgita, mi digerisce in una lunga teoria di gallerie ed infine mi restituisce al pallido sole della landa malsana dove risiede il mio luogo di lavoro abituale. Una sorta di cloaca a cielo aperto (esagero, naturalmente, per drammatizzare un po’…). Percorso di ogni mattina. Se non che, oggi, per variare il menu, una mini rossa con gonnellina e bande bianche, lucidissima e fulminea, mi sorpassa a 140 all’ora, zigzagando tra le macchine sonnolente. Mi è venuto da pensare: “Sarà mica Charlize Theron? Quasi quasi la seguo…”. Leggasi: ieri sera ho adocchiato “The italian job”…
Sto studiando da qualche giorno i 24 Preludi op.11 di Alexander Scriabin. “Ecchemmefrega”, direte giustamente voi. No, così, era giusto per dire…Cmq, stanno prendendo forma e cominciano a venire dignitosamente. Per curiosità, il quindicesimo lo potete ascoltare nel Radio.Blog: è in quinta posizione. Lo adoro, e dietro c’è una storia, ma stasera passo la mano.
Mi si chiede di narrare la favola di Sergej Rachmaninoff. Stanotte non sono in grado di scrivere un post decente, sono a pezzi e abdico in favore di un letto. Vogliate perdonare la pausa. Intanto, lascio scorrere ancora le note intense e potenti del buon Rach. E’ una musica che non stanca mai, e si merita questo bis.