domenica, 09 dicembre 2007
MARE D'INVERNO
(on air: "L.Tenco - Ho capito che ti amo (Luca)")



[il mare, oggi]

Ho da poco finito di leggere “Il disco del mondo”, di Walter Veltroni. E’ una sorta di breve viaggio nella tragica esistenza di Luca Flores, giovane e geniale pianista jazz morto suicida a 39 anni nel 1995. Da questo libro è stato tratto il film di Riccardo Milani “Piano, solo” con Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca. Che non ho visto. E che non so se vedrò, anche se naturalmente mi incuriosisce. Ma è una storia troppo toccante e, prima di vederne una qualsiasi traduzione cinematografica, devo avere il tempo di smaltire le penose sensazioni che mi ha lasciato dentro.

Talmente penose che, per qualche giorno, ho sentito il desiderio di allontanarmi un poco dal mio amatissimo strumento. Cosa quanto mai insolita, visto che ci sono periodi in cui vivo quasi una sorta di simbiosi con il piano. Anche questo fine settimana, tante foto. Mi hanno fatto bene. E mi ha fatto bene uscire e guardare le cose intorno a me. E oggi pomeriggio, tornato a casa dopo una passeggiata in luoghi dove il mare d’inverno sembrava respirare all’unisono con me, ho rimesso timidamente le mani sopra la tastiera. E’ venuto fuori quello che ascoltate. Una mia rilettura incerta ma, vi assicuro, molto sentita di “Ho capito che ti amo” di Luigi Tenco.

Al di là di tutto, posso solo sperare di essere riuscito a trasmettervi un po’ delle emozioni che questa canzone splendida è in grado di suscitare ogni volta in me.
Un caro abbraccio,
L.
venerdì, 24 agosto 2007
BARCELLONA
(nel video: "Federico Mompou - Impresiones Intimas n.7 "Cuna"")




[Federico Mompou, barcellonese doc - Impresiones Intimas n.7 "Cuna"]

Non sono portato per i resoconti di viaggio dettagliati e pignoli, anzi li detesto.
Barcellona è semplicemente meravigliosa. Calda, accogliente come una mamma, con le sue vie addobbate a festa e gli anziani, pure, tutti in strada fino a tarda notte ad ascoltare scampoli di musica catalana su un palco improvvisato. Ti aggiri  per i vicoli madidi col naso in su, la bocca aperta, la nebbia negli occhi. Ti fai incantare dai colori e dalle luci di una metropoli che non dorme mai e non conosce riposo. La mattina, odore di pulito e di caffè. La notte, sudore e urina. Vita incessante nel suo compulsivo aggrapparsi al tempo che corre via inesorabile. Negli sguardi, nei paesaggi, negli agglomerati urbani e umani, la bellezza e la violenza della terra spagnola, forte, sanguigna, terrena, ma anche morbida, armoniosa, solare. Il ventre vellutato della città risuona come una cassa armonica delle note e i gesti degli artisti di strada. Si noleggia un’auto per un paio di giorni ed ecco Girona, una specie di Firenze in miniatura, e Andorra, principato arroccato sui Pirenei. Nella mente, nomi di persone: Gaudì, Güell, Dalì, Picasso, Mompou. Nomi di luoghi: Montjuïc, Tibidabo, Parc Güell, Barceloneta, Ramblas, Plaça Catalunya, Plaça Espanya, Barrì Gotic, Camp Nou, Colonia Güell. Nomi di edifici: La Pedrera, Casa Batllò, la Sagrada Familia, la Cattedrale di Sant'Eulalia. Troppe cose da elencare.
Voglio rimanere non con il ricordo preciso, ma con l’idea di ciò che ho visto, sentito, toccato.


Un saluto entusiastico a questa città bellissima.
Un autentico grazie ai miei compagni di viaggio nonché carissimi amici: Checco, Nello, Ale.
E un abbraccio sconfinato a Claudiña, cicerone eccellente, ospite impagabile, amica dolcissima.

L.
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domenica, 29 luglio 2007
UNDER THE BOARDWALK
(nel video: "Keith Jarrett - Extract from Sapporo Concert (Luca)")




[Keith Jarrett  - Extract from Sapporo Concert (Luca)]
Dedicato a tutti gli amici, vecchi e nuovi
(con pensiero particolare a Narcy, che aspettava questo video da un pezzo... ;-))

Ecco, poi intervengono serate come quella di ieri, o anche quella di venerdì, ad appianare almeno parzialmente ma con efficacia i contrasti interiori. Al di là di tutto, gli ingredienti sono pochi e di una semplicità disarmante: un po’ di musica (buona, possibilmente) proveniente da una festa in lontananza, un muretto davanti al mare su cui sedersi (mi viene in mente una vecchia, bella canzone americana, “Under the boardwalk” dei “The Drifters”), qualcosa da bere e quattro risate con persone con cui ti senti bene e a tuo agio.
Non è per dire, ma non mi pare un traguardo poi così impossibile da raggiungere…
L.
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domenica, 01 luglio 2007
COUNTRY
(on air: "Keith Jarrett e Jan Garbarek - Country (My Song)")




On Air: Keith Jarrett e Jan Garbarek - Country (My Song)

Ieri, stravolto da un venerdì sera pieno di sorprese e da un’intera giornata trascorsa al mare insieme a cari amici in un posto splendido, decido di passare la mano e riposarmi rimanendo a casa. In tv davano un film caruccio, “Ricette d’amore”, senza troppe pretese, con un Castellitto in gran forma. Sulla carta pensavo fosse una cazzata, invece poi mi ha preso ed ammetto che è una pellicola gradevole.
Ma il punto non è il film. Il punto è la colonna sonora. Appena sento il brano introduttivo aguzzo le antenne ed esclamo “ehi, ma io questa meraviglia la conosco!”.

Breve digressione. Verso la seconda metà degli anni ’70, Keith Jarrett formò un quartetto definito “europeo” (parallelamente a quello “americano”), costituito prevalentemente da artisti scandinavi: Palle Danielsson, Jørn Christensen ma soprattutto Jan Garbarek, il cui sax dal suono gelido, “artico”, era destinato a rimanere scolpito a lungo nel tempo.
Il quartetto produsse nel 1977 un disco. Questo disco si chiama “My Song” e contiene alcune delle melodie più belle mai scritte in assoluto da Keith. Una è sicuramente quella che dà il titolo al disco, “My Song”, appunto, e che in passato ho già messo sul blog.
L’altra, intitolata “Country”, è quella di cui si parlava all’inizio, usata nella soundtrack del film (insieme a molte altre perle di Jarrett). Mi domando come sia possibile scrivere o concepire una musica simile. Intendo un musica in grado di creare una tale dipendenza (perché dopo averla ascoltata una volta, vorresti ascoltarla altre 100 volte senza smettere mai), una droga, qualcosa che ti entra nelle vene e rimane in circolo a lungo, finchè il benessere non t’invade completamente.
Questo per me è “Country” di Jarrett/Garbarek. Spazio. Aria. Libertà.
Buon ascolto,
L.
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domenica, 04 marzo 2007
SABIA
(on air: "Sakamoto-Morelenbaum - Sabia")




la luna stasera ad Ancona, vista da Franci

 
 […] guardo le mie occhiaie, segni tangibili di notti travagliate, non perché il sonno fatichi ad arrivare, ma perché si esaurisce troppo presto, e non ristora la mente nè il corpo come dovrebbe, così mi alzo ancora più stanco, ma ormai sono abituato a convivere con questa spossatezza che mi abbandona solo raramente, è come un rumore di fondo di cui ti accorgi quando fai silenzio, mentre suoni, mentre lavori, mentre guidi, ecco, proprio mentre guidi, e visto che ci siamo voglio compiere  il mio atto di fede verso un momento preciso della giornata, quello in cui ti ritrovi da solo in macchina, sulla via del ritorno serale, lo sguardo che vaga alternativamente tra il rosso acceso del cruscotto e le luci pallide della strada, amo quel momento, sarà l’auto nuova, forse la prima grossa spesa interamente mia che mi sono potuto permettere, o forse sarà la musica, quella sicuramente, che mi accompagna immancabilmente mentre sono al volante, non lo so ma amo quel momento

solo, solo, solo, io, l’auto e la musica e allora, un rapido gesto ed ecco la voce morbidissima e delicata di Paula Morelenbaum, accompagnata dal violoncello del marito Jaques e dal piano fatato di Ryuichi Sakamoto in “Sabia” (che potete, anzi DOVETE ascoltare nel radioblog della colonna di destra, perchè è troppo bella), un capolavoro assoluto, un lavoro di cesello, forse la canzone più bella di quell’album stratosferico che è “Casa”, ed è giocoforza che il pensiero trasvoli l’Atlantico e vada a Simone, uno dei miei migliori amici e colui che mi ha fatto conoscere questo disco memorabile insieme a tanti altri, coraggio Simo, io, noi, ci siamo, so quanto ti manchi la tua vita qui e le tue abitudini e la tua stanza da esilio volontario piena di parole e musica e i luoghi che siamo abituati a frequentare e i tuoi amici e le risate a crepapelle per i nostri giochi linguistici nati sul filo di un’ironia e un disinganno verso la vita e la gente che non ci abbandonano mai e i beveroni di merda esistenziale trangugiati in qualche fine settimana nella bolgia di ambienti che non ci appartengono nemmeno un pò e ancora le risate, le risate, le risate di quelle che alla fine non sai più se stai ridendo o piangendo, di quelle che dopo un pò senti una mano che ti afferra lo stomaco e te lo comprime fino a soffocare e a far male, lo so, ma tieni duro e non mollare, che io ti aspetto per riprendere il filo mai spezzato di quell’ultima risata con cui ci siamo lasciati

ci siamo intesi
L.
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domenica, 19 novembre 2006
E IL NAUFRAGAR
(on air: "E.Morricone - Soundtrack from Marco Polo by Giuliano Montaldo")


Dedicato a Gianlu
(in sottofondo, la magnifica colonna sonora di Ennio Morricone per
il bellissimo sceneggiato "Marco Polo", di Giuliano Montaldo, del 1982)"

Monte Conero, ieri: uno degli affacci lungo il sentiero che dal Belvedere
porta al monastero dei Camaldolesi attraversando il Passo del Lupo
[in questo link trovate altre foto che ho scattato lungo il percorso]

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare

[L'infinito - Giacomo Leopardi]
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mercoledì, 08 novembre 2006
MOONLIGHT
(nel video: "Ludwig van Beethoven - 1st mvt from Moonlight Sonata n.14, op.27 n.2 (Luca)")



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AGGIORNAMENTO DEL 10/11
Stasera un mio carissimo amico mi ha telefonato dalla Germania,
dove si trova per un dottorato, per dirmi che in un'importante occasione
svoltasi recentissimamente a Berlino sono state scelte delle mie musiche
come colonna sonora di un CD promozionale su un Centro culturale
italo-tedesco al cui progetto originario ho collaborato
con lui ed altri, alcuni anni fa. Vi saprò dire meglio in seguito.
Per ora ho ancora la testa fra le nuvole... ;-)
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Esco dall’ufficio, trafelato come al solito.
Il passaggio brusco dal calore di un ambiente chiuso al freddo pungente della sera è una scossa tonificante, come al solito.
Mi imbuco nella macchina, mi stropiccio gli occhi addossando il capo al poggiatesta e respiro aria ad ampie sorsate, come al solito.
Metto in moto e rapidamente guadagno l’uscita: poche macchine rimaste nel parcheggio, come al solito.
Mi immetto sull’asse un pò troppo sportivamente, non riuscendo a frenare l’impulso di fuggire via dal nulla quotidiano nel misero tentativo di riguadagnare ciò che rimane, le briciole di una propria autenticità.
Come al solito.

Corro, fuggo, scappo. Poi improvvisamente, un buco latteo nel cielo richiama la mia attenzione: c’è una luna che fa spavento, stasera. Emana un bagliore cosmico che ha del soprannaturale. E nonostante tutto l’inquinamento luminoso della città, si staglia intenso, vivo, forte. Riesci a contare persino le increspature sulla superficie. Il riflesso argenteo sul mare sembra la coda di una cometa.

Cerco un angolo della mia città meno bombardato dalle luci. Mi fermo, spengo il motore e rimango in attesa. Quanti artisti hai ispirato, vecchia furbacchiona, appendendoti a quel cielo nero senza appigli. Faccio fatica, ma alzo gli occhi, e il tuo sguardo mi trapassa.
Non sono solo. Non sei sola.

L.

Riporto di seguito il bellissimo ed istruttivo commento di Appassionato relativamente alla Sonata "Al chiaro di luna" di L. v. Beethoven, merita davvero:

"Questa sonata poco c'entra col "chiar di Luna" che è un titolo dato da un poeta, seppur geniale.
Il titolo servì solo poi all'opera a diventare più conosciuta.
In realtà qui Beethoven comincia a variare la forma sonata preludendo al romanticismo per esprimere il dolore dell'allontanamento dell'amata... la contessa Giulietta Guicciardi..
è ovvio che in Arte questi son soltanto pretesti per aprire le porte dell'Immenso contenuto nel cuore dell'Artista.
Infatti poco contano anche i particolari biografici, quello che conta è il Genio, l'innovazione presente nella forma sonata ed anche il fatto che a mio parere in questa sonata ci sia gran parte di Beethoven (sia quello doloroso, eroico o intimistico).
Eccezionale la poetica dei contrasti che si attua tra il primo secondo e terzo movimento
L'adagio sostenuto... esprime tutto il dolore ma trattenuto... trattenuto in una cappa.. non riesce ad esplodere...
L'allegretto successivo è il famoso "fiorellino tra gli abissi" (gli abissi sono il pimo e l'ultimo movimento della sonata)... Nel secondo movimento dopo il dolore la mente torna ad un momento di innocenza, un ricordo di felicità perduta che già prelude nell'attesa all'uragano d'abisso nel movimento successivo : il Presto agitato.
In quest'ultimo quel dolore trattenuto nel primo tempo esplode prepotentemente scatenando tutte le forze dell'animo fino al giungere della catarsi....
Invito tutti i lettori che non la conoscano ad ascoltare tutti e 3 i movimenti per intero.. "
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martedì, 26 settembre 2006
RESPIRI (II)
(on air: "K.Jarrett - Extract from Sapporo, part I (from Sun Bear Concerts)")



[e poi sai che succede]
succede che torni a casa la sera e hai lo sguardo appannato dalla stanchezza e la prima cosa che vedi è il tuo piano a coda che non tocchi dal giorno precedente e giri per casa procrastinando e pregustando il momento in cui entrerai di nuovo in contatto con lui e con la musica e con il vero mondo a cui senti di appartenere – poi le mani sulla tastiera a suonare la prima cosa che trovi sullo spartito e che studi ormai da giorni e giù così per un’ora abbondante e ti ritrovi esausto di note bellissime certamente ma che già conosci fin troppo bene
[e poi sai che succede]
succede che allunghi una mano su un paio di fogli stampati qualche giorno fa e abbandonati sulla coda del piano - quanta noncuranza a volte - lì dentro (sì, sorrido), lì dentro in quei due fogli pentagrammati in quei due spartiti c’è la tua salvezza di una sera, puoi tornare a respirare per un paio di minuti, leggi il titolo, “Keith Jarrett - Sun Bear Concerts – Sapporo part I”, cazzo, ma perché l’ho dimenticato lì senza nemmeno provarlo una volta? E allora mi ci metto e sin dalle prime note è estasi purissima e vengo scaraventato da un’altra parte, proiettato in un’altra dimensione, appena due minuti di musica trascritta da un folle che s’è fatto prendere come me da una specie di orgasmo musicale nell’udire le dita di Jarrett su quel pianoforte a Sapporo nel 1976, l’anno in cui sono nato e in cui le sue dita hanno toccato quei tasti benedetti e lì è scaturito il fiume
[e poi sai che succede]
succede che l’Orso ha indossato gli occhi a mandorla per l’occasione ed ha cantato le note più dolci che sapeva fracassandoti le budella senza rispetto, voglio dire, come si permette, torno a casa sfinito, rewind, e rieccomi lì, e riecco quelle note, ma io ho il cofanetto intero dei Sun Bear Concerts di Jarrett, che cazzo ci faccio qui al piano a scarabocchiarle con le mia dita incerte?
[e poi sai che succede]
succede che con cura maniacale estraggo il CD e me lo sparo tutto, il concerto di Sapporo, ed ecco quei 5 minuti scarsi di musica dal 27’ al 32’, sono quelli lì, quegli stessi che ho strimpellato prima al piano e allora mi accascio su me stesso e riprendo vita lentamente e riemergo di nuovo e capisco che la Bellezza ha ancora qualche sorpresa in serbo qualche freccia nel suo arco posso ancora stupirmi ho ancora questa capacità di percepire la Vita nel suo volo più alto

riprendo fiato […]

L.
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venerdì, 22 settembre 2006
RESPIRI
(on air: "T.Newman - Any other name (from American Beauty)")


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Stasera sospendo ogni pensiero. C’è il respiro del mare che diffonde il suo sibilo. Lo avverti qui, proprio qui, sul petto, come un gatto che ti si è addormentato addosso. Quand’è così, è bene tralasciare ogni attività e ogni preoccupazione. Si è aperto un dialogo che sarebbe da criminali interrompere o spezzare bruscamente. Anzi, l’ideale sarebbe precipitarsi sulla spiaggia a raccogliere un po’ di sabbia da conservare per momenti migliori. Da filtrare granello dopo granello nelle corrucciate notti invernali, per riesumare un fugace brillio negli occhi. Per odorare una voce malferma. Per accertarsi della propria presenza, quando invece ci si confonde con la propria ombra. Il mare è un chiacchierone e la notte si sfoga. Qualcuno non si accontenta e vorrebbe registrarlo, ma riascoltando il nastro non si capisce niente. Devi fidarti solo della tua memoria. Di quello che hai sentito, o meglio, che credi di aver sentito. Puoi anche ficcare la testa sotto il cuscino: lo percepisci ugualmente. Non rimane che farsi espugnare da una verità mormorata. Non c’è da preoccuparsi: al risveglio una nuova età ci accompagna.

L.

[Thomas Newman è l’autore del brano che sentite in sottofondo, e che fa parte della colonna sonora del film “American beauty” con Kevin Spacey, Annette Bening e Mena Suvari.]
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giovedì, 24 agosto 2006
MARE NUOVO
(on air: "M.Legrand - Once upon a summertime (Blossom Dearie)")


dopo aver letto il post, immaginerete che qui NON è Marzocca... ;-)

Mentre visiono qualche mia registrazione video di ieri (tutte esecuzioni pressochè pessime), mi appunto un po’ di impressioni sulla giornata di oggi. Trascorsa nel tratto di spiaggia di Marzocca, tra Ancona e Senigallia. A leggere “Circolo chiuso” di J. Coe sotto l’ombrellone, con spasmodica voracità, sempre più consapevole che, sì, è un bel libro, avvincente, scorrevole, ma “La banda dei brocchi” è ben altra cosa. Ha quel quid in più che questo manco se lo sogna. Per carità, è pur sempre Coe.

Affezionato come sono ai miei luoghi marini (Mezzavalle, Portonovo, Sirolo, Numana), mettere piede per la prima volta a Marzocca è stata una specie di shock, ma ci si abitua in fretta, spaparanzati sul lettino in riva al mare. Ad ascoltare lo sciabordio dell’acqua, che tanto, dove vai, è sempre lo stesso. O forse no…non so, devo ragionarci un po’ sopra. A mangiare facili spaghetti allo scoglio e frittura dell’Adriatico, quello sì, il tutto inaffiato da del buon vino bianco freddo, affacciati sulla riviera.

Per lo meno, gli ombrelloni sono abbastanza distanziati l’uno dall’altro, in modo da consentire il disegno di un minimo di spazio vitale tra se stessi e i nuclei umani adiacenti. Mi rendo conto di non sopportare più il mare affastellato, claustrofobico, la gente assiepata oscenamente, uno addosso all’altro, i corpi opulenti o emaciati, gli schiamazzi di bimbi iperattivi, gli sguardi insistenti, gli odori crudeli e pungenti, l’aria che manca. La tradizionale iconografia dell’Inferno, insomma...

Beh, per una volta ho voluto fare una prova. Qualche chilometro in più per una maggior distensione, e, tutto sommato, sono stato ripagato. Se non sul piano paesaggistico, almeno su quello personale. ‘Fanculo al casino, ne ho fatto una scorta per gli anni a venire (Daniela, nulla a che vedere con la tua bolgia notturna, sia chiaro :))

Ed ora, "stop! Dimentica"… (tanto per citare il tormentone estivo…)
Un abbraccio,
L.
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