(on air: "W. Mertens - Struggle for pleasure")

Oggi, due post a distanza di poche ore l’uno dall’altro. Bleah… Non è da me, che cerco sempre di far passare almeno uno o due giorni tra un articolo e l’altro, perché ci tengo a dare risalto ad ogni proposta musicale.
Mi spiace per Janacek, il post precedente, che non merita davvero di essere già liquidato come secondo. Il suo è un brano di grande poesia, soffermatevi cmq ad ascoltarlo.
Ma ora ho bisogno di lasciarlo alle spalle.

Questa domenica ho un’inquietudine che non riesco a placare.
Ho come qualcosa che mi morde lo stomaco, e non credo sia dovuto soltanto alla previsione di una settimana da incubo che mi attende come un leone a fauci spalancate.
Avrei bisogno di staccare la spina per un certo periodo.
Provo insofferenza per la routine, a cui in certi momenti più che in altri sento di non appartenere affatto. Impazienza, agitazione davanti ad una specie di buzzatiano “deserto dei Tartari”. Insomma, una rottura di palle generica.
Oggi è quella calma piatta che precede qualcosa, stato che detesto profondamente.
Un’apprensione del cazzo. Indefinita, diciamo.

In sottofondo, “Struggle for pleasure” di Wim Mertens: ciò che io intendo per “compositore minimalista di valore”.
Il suo brano contiene una trepidazione, un affanno che ben si attaglia al mio stato d’animo attuale.
Non so perché, ma ho sempre adorato i fari, quelli che in inglese vengono comunemente chiamati “lighthouses”. Suona sempre tutto meglio, in inglese.
Da piccolo avevo il sogno di rintanarmi in uno di quei cosi luminosi.
Li trovo estremamente suggestivi.
Fare luce al mare.
Perché ogni tanto, forse, anche il mare si perde.
Buonanotte
Luca
PS: Se ritenete che sia il caso, buttate pure via questa merda di post, che non c’entra niente col mio blog, tralasciatelo, mollatelo.
Tornate a Janacek: lui sì che vale la pena ascoltarlo.





