lunedì, 18 febbraio 2008
INTO THE WILD
(on air: "Eddie Vedder - Guaranteed ("Into the wild" soundtrack)




Oggi sono andato a vedere “Into the wild”, il film di Sean Penn attualmente nelle sale e tratto da una storia vera. Ne vorrei parlare ma trovo difficoltà a trovare le parole giuste. Penso che sia un capolavoro assoluto. Uno di quei film che, quando arrivi alla fine, vorresti ricominciare da capo e rivedertelo di nuovo. C’è una sincerità di intenzioni e di emozioni che fa accaponare la pelle. Ci sono numerosi momenti di commozione autentica. Che scaturisce con assoluta semplicità, senza retorica. E poi ci sono tutta una serie di tematiche che difficilmente lasciano indifferenti. Il viaggio, come percorso di ricerca personale e umana. Come tentativo di acchiappare la Bellezza con la b maiuscola. Che è anche una fuga dalle bruttezze della società. Dalle sue storture, dalla sua falsità, dalla sua ipocrisia.
Christopher McCandless, il protagonista, abbandona la sua famiglia rigidamente inquadrata, la sua vita agiata, la sua laurea fresca fresca, il suo futuro. I suoi soldi li devolve ad una organizzazione di beneficenza. Diventa “Alex Supertramp”, la sua nuova identità di nomade. Con sé solo uno zaino, i suoi amati libri (Tolstoj, London, Thoreau, Pasternak) e negli occhi la voglia di libertà. Di respirare l’aria pura dei paesaggi immensi. Delle vallate e delle montagne. Per una vita veritiera. Per capirci qualcosa. Ma lui ha già qualcosa da dire. E lo lascia in pegno a tutti coloro che incontra sulla sua strada: una coppia di hippies, un agricoltore simpatico e imbroglione, una giovane e bellissima cantautrice (interpretata da Kristen Stewart, di cui difficilmente riuscirò a dimenticare gli occhi di cristallo...) che si innamora di lui. E, infine, un vecchio disperato ma dignitoso, che grazie a Chris/Alex ritrova un’ultima spinta a vivere e ad uscire dal suo guscio senile. Tutti costoro ricorderanno per sempre questo ragazzo che, novello San Francesco, ha rifiutato la materialità del mondo per un confronto solitario con la Natura.
Chris/Alex continua la sua marcia infaticabile verso il Nord. Fino alla sua meta, l’Alaska, dove si installa nella carcassa di un bus abbandonato. E qui vive di nulla. Lui e la Natura. Nient’altro. Per giorni e giorni. Leggendo gli adorati testi che ha portato con sé. Ma proprio Tolstoj gli fa comprendere che “la felicità è reale solo se condivisa”. Non più da soli, quindi.
Mi fermo qui, il resto di questa storia magnifica dovrete scoprirlo voi.
Andate a vedere questo film. Perché non è un semplice film.
Ma la storia di chi ha avuto il coraggio disperato di rifiutare la falsità del mondo per inseguire Verità e Bellezza.
Un forte abbraccio,
L.

PS: l'ultimo fotogramma del film, un autoscatto del vero Christopher McCandless davanti al bus, solo e sperduto in Alaska, mette i brividi...
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domenica, 09 dicembre 2007
MARE D'INVERNO
(on air: "L.Tenco - Ho capito che ti amo (Luca)")



[il mare, oggi]

Ho da poco finito di leggere “Il disco del mondo”, di Walter Veltroni. E’ una sorta di breve viaggio nella tragica esistenza di Luca Flores, giovane e geniale pianista jazz morto suicida a 39 anni nel 1995. Da questo libro è stato tratto il film di Riccardo Milani “Piano, solo” con Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca. Che non ho visto. E che non so se vedrò, anche se naturalmente mi incuriosisce. Ma è una storia troppo toccante e, prima di vederne una qualsiasi traduzione cinematografica, devo avere il tempo di smaltire le penose sensazioni che mi ha lasciato dentro.

Talmente penose che, per qualche giorno, ho sentito il desiderio di allontanarmi un poco dal mio amatissimo strumento. Cosa quanto mai insolita, visto che ci sono periodi in cui vivo quasi una sorta di simbiosi con il piano. Anche questo fine settimana, tante foto. Mi hanno fatto bene. E mi ha fatto bene uscire e guardare le cose intorno a me. E oggi pomeriggio, tornato a casa dopo una passeggiata in luoghi dove il mare d’inverno sembrava respirare all’unisono con me, ho rimesso timidamente le mani sopra la tastiera. E’ venuto fuori quello che ascoltate. Una mia rilettura incerta ma, vi assicuro, molto sentita di “Ho capito che ti amo” di Luigi Tenco.

Al di là di tutto, posso solo sperare di essere riuscito a trasmettervi un po’ delle emozioni che questa canzone splendida è in grado di suscitare ogni volta in me.
Un caro abbraccio,
L.
sabato, 01 settembre 2007
VARIE ED EVENTUALI
(on air: "Schumann - Melodia op.85 (Luca- Steinway Studio)")



Barcellona: giochi d'acqua colorati al Montjuïc
(circa mezz'ora di prove per fare questa foto...)




On Air: Schumann - Melodia op.85 (Luca- Steinway Studio)

Questo sarà un post molto sconclusionato, temo.
E’ iniziato il countdown, lunedì si ricomincia a trottare alla grande. Già intravedo le 45.000 emails che mi attendono “cordialmente” in ufficio. Barcellona ancora nel cuore, e sarà difficile da scacciare. Cioè, io non voglio scacciarla, ma sarebbe il caso, perché non posso iniziare a lavorare con il perenne ricordo di un bel momento nella testa. Sarei totalmente deconcentrato, e con il bestemmia-man in circolazione non è cosa buona. Anyway…
Ho appena finito un libro stratosferico: “Chiedi alla polvere” di John Fante. Da cui è stato tratto un film con Salma Hayek e Colin Farrell che la critica ha per lo più considerato mediocre ma che a me non è dispiaciuto. Però dovrei rivederlo, alla luce della lettura recente. Il libro è a tratti eccessivo, barocco, furibondo, frenetico, a tratti lirico, spazioso, immobile come le grandi distese desertiche che circondano L.A. Storia originalissima. Un amore strano, nato dal risentimento sociale, personale, anche fisico, se vogliamo. Un tira e molla disperato.
Cos’altro? Ah sì, appena tornato da Barcellona ho acquistato online una tastiera musicale, in realtà è un controller MIDI, completo di pedalino sustain. La collego al pc e con un software di campionamento dei suoni davvero splendido (per l’ottimo rapporto qualità-del-suono/peso-del-programma) riesco a suonare un mucchio di strumenti diversi. Inoltre è come se avessi tre pianoforti a coda in casa, Steinway, Yamaha C7, i migliori insomma, e la cosa è abbastanza esaltante. E’ un sogno che si avvera, dopo averlo vagheggiato da parecchio.
Tant’è che sto registrando un po’ di pezzi miei, per lo più scaturiti dalla voglia di improvvisare che è risorta dopo tanto tempo grazie a tutto questo armamentario. Alcuni li avevo anche scritti diverso tempo fa, e li ho riesumati. Vorrei arrivare ad un buon numero di tracce, metterli su cd e farli sentire a qualcuno. Visto mai che si potesse produrre qualcosa di decente?…
Piuttosto: nel mp3 player in alto potete ascoltare un brano del mio amato Schumann che ho registrato ieri, suonando su uno Steinway, in ambiente da studio discografico (santi programmi di campionamento…;-)).

Un saluto, buon we e un abbraccio a tutti.
L.
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domenica, 08 luglio 2007
ANIMA PERSA
(nel video: "Estratto dal film "Anima persa" (1976) di Dino Risi")





Un Vittorio Gassman straordinario e toccante nelle scene
finali di "Anima persa" (1976) di Dino Risi, con Catherine Deneuve,
 tratto dall'omonimoromanzo di Giovanni Arpino.
Un'interpretazione indimenticabile.

“Tutti i miei personaggi, se ci ripenso un attimo, sono degli emarginati che vengono a precipitare, pur essendo normali, in una situazione abnorme. Ma dov’è l’uomo non emarginato in questo secolo? E dov’è una storia legittima che non risulti abnorme?”


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domenica, 03 giugno 2007
ATTESE
(nel video: "Alexander Scriabin - Prelude op.17 n.3 (Luca)")




[Alexander Scriabin - Prelude op.17 n.3 (Luca)]

Ieri sera, al ritorno da un cocktail sul lungomare ancora un po’ troppo rigido per essere giugno, un buon amico mi ha esposto la sua convinzione che la vita, in fin dei conti, è una continua attesa di qualcosa che non verrà mai. Mi pare un’affermazione verosimile su cui riflettere. Se non altro, tenuto conto del fatto che l’intero ‘900 letterario ha prodotto capolavori su questo tema, uno fra tutti “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati.

Perché investe alcune capacità primarie dell’essere umano, quali la speranza, l’aspettativa, l’illusione. Ogni giorno ci si alza con uno o più bisogni essenziali senza avere la certezza di poterli soddisfare. Ed è proprio questa incertezza il motore immobile di tante esistenze. Unitamente ad una prospettiva di felicità, sia pur fugace. E’ un discorso schopenhaueriano, in sostanza, ma ancora profondamente attuale. Che si interlaccia con quel desiderio di autonomia di azione che è il fulcro di qualsiasi volontà.

Ultimamente mi sento distante: dalla gente e dai suoi ragionamenti stereotipati, dal conformismo che ci porta a seguire un’unica direzione, dai modelli sociali vincenti che ci vengono costantemente proposti. Distante dallo sfacciato disinteresse e dall’insensato sospetto delle persone verso gli abissi e le immani profondità dell’Arte. Non si può vivere senz’Arte, perché si verrebbe presto colti da un inaridimento mortale che non lascia scampo.

Negli ultimi giorni ho partecipato, per lo più passivamente, a diverse riunioni di lavoro o presentazioni di varia natura. Tutta questa gente azzimata, fornita di una competenza illusoria e superficiale, e di un savoir faire professionale che nasconde inquietanti difficoltà di relazione umana, è quanto di peggio la società attuale abbia prodotto in termini di figure sociali. Mi verrebbe da alzarmi e andarmene, una buona volta, e gridare: “Leggetevi le “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll, e mi saprete dire che cazzo di fine ha fatto la nostra esistenza”.

Certo, sarebbe teatrale, stupido e avvilente, ma pur sempre un modo per chiamarsi fuori e dire:
“Io non voglio essere così”.
L.
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martedì, 15 maggio 2007
EN PASSANT
(nel video: "Per Lasson - Crescendo (Luca)")



[Per Lasson - Crescendo (Luca)]

Dunque, tutto comincia con un antipasto di pesce, sabato sera. Il giorno dopo, tutto ok, neanche un’ombra di malessere. La notte tra domenica e lunedì, invece, un calvario dal vago sapore cristologico. Quando vado a letto, sento già l’intestino in via di incazzatura. Mi giro e rigiro, senza riuscire a prender sonno. Dalle 3 di mattina in poi è solo strazio e tribolazione, che non sto a dire diffusamente perché vi farei passare quella voglia residua che vi rimane di leggere il mio blog. Dico solo che ho vomitato pure l’anima. Il giorno dopo, la febbre ha oscillato instancabilmente tra i 37.5 e i 38.5, sfiancandomi ulteriormente. Oggi sto meglio, ma mi sento ancora un po’ rotto. Come se mi fosse passato sopra un tir, per intenderci. Ci sarebbero gli estremi per una denuncia, visto che altre due persone che erano con me hanno avuto stessi identici sintomi. E non è detto che non lo faccia.

Mi sono beccato tre giorni di malattia, e questa è forse l’unica nota positiva di tutta la storia. Perché ho un po’ di tempo per dedicarmi alle cose che amo di più. Come leggere o suonare. Sto rileggendo “Se questo è un uomo”, dell’amatissimo Primo Levi. Ho trovato dei documenti molto interessanti su YouTube, che meritano decisamente una visione. Ieri sera, nella catatonia della convalescenza, ho visto “Fateless – Senza destino”, un toccante film sull’Olocausto. Protagonista, un ragazzino, che conosce le atrocità dei campi di sterminio nazisti. Non finirò mai di chiedermi com’è stato possibile che l’uomo abbia potuto commettere simili atrocità nei confronti dell’uomo.

Musica. Sto suonando parecchio ultimamente. Ho trovato spartiti molto rari, che sono un po’ la mia passione. Certo, i classici sono e rimangono immortali. Beethoven, Schubert, Brahms, Chopin. Ma c’è tutta una schiera di compositori minori e dimenticati che ha scritto cose pregevoli e di qualità molto alta. Come questo “Crescendo”, di un tal Per Lasson, a occhio uno svedese, di cui è praticamente impossibile reperire qualche informazione pure su internet, dove solitamente si trova di tutto. Pura Belle Epoque. Un periodo che, musicalmente parlando, è stato fecondissimo.

Un grazie a tutti voi che continuate a passare, nonostante la mia latenza dai vostri spazi. Ormai vengo su splinder quasi solo per scrivere le mie baggianate, e con una frequenza sempre minore. E’ una fase, può progredire o regredire. Per ora, sono ancora qui.

Un abbraccio,
L.
domenica, 26 novembre 2006
PLACE TO BE
(on air: "Nick Drake - Place to be")



[meno male Nick Drake...]

Oggi arranco faticosamente, come quasi ogni domenica che si rispetti, in sostanza.
Sono vuoto come un piatto divorato troppo in fretta.
Ieri, gruppo al completo. Tra gli altri, due amici carissimi come fratelli. Il primo ha avuto un improvviso e, a mio parere, eccessivo quanto immotivato scatto d’ira nei confronti del secondo, che lo spronava ad aggregarsi vincendo la stanchezza. Non lo riconoscevo nemmeno, tale è stata la sorpresa. Forse troppo stress, non saprei. So solo che c’è modo e modo di rifiutare e di spiegarsi. Un tempo mi sarei schierato apertamente scendendo in campo con ardore, con le armi della parola. Invece niente. Sono rimasto senza forze. Nessuna reazione apparente, se non fosse che intimamente ribollivo di rabbia per la ridicola futilità della questione, affatto evitabile. Sguardo vacuo, errabondo, morto dentro. A ripensarci, mi sono comportato come il detestabile uomo-topo dostoevskyano nelle “Memorie dal sottosuolo”, pur non possedendo nemmeno un centesimo della sua lucidità di analisi. Lascio passare le cose inebetito. Poi ci rimugino sopra e rinfocolo il mio sdegno, tra me e me. Cosa perfettamente inutile e, anzi, alla lunga deteriorante.
C’è poi stato un chiarimento tra noi, tutto a posto. Ma rimango io, l’irrisolto.
Su un piano più generale, mi verrebbe da mollare tutto e mandare a fare in culo chi di dovere quando ce n’è bisogno, ma so che me ne pentirei inevitabilmente e immediatamente. E poi io non sono così.
Complimenti. Sto prendendo una bella piega. Non c’è che dire.
Fallimento completo.

L.
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giovedì, 23 novembre 2006
INVETTIVA
(nel video: "Yann Tiersen - Comptine d'une autre etè, l'apres-midi (Luca)")


"Ad Ylenia, con affetto.
Amelie Poulain"


Quello che state per leggere c'entra poco con il video che ho registrato ed inserito nel post.
Ma oggi il vero Luca è racchiuso in ciò che segue.


Il mondo ti mette alla prova duramente ogni giorno, inasprendo i contatti umani, accentuando i contrasti, favorendo gli smarrimenti. Quant’è difficile oggi costruirsi una propria identità. Essere coerenti con se stessi, trovandosi al centro di un fuoco incrociato fatto di stimoli disparatissimi.

Io, in questo mondo, non riesco a credere più. Un mondo dove un giornalismo d’accatto stende il suo velo ipocrita su qualsiasi evento che faccia notizia. Dove si applica un metodico e scientifico smantellamento di valori e divieti unicamente in nome del quattrino, e non di una reale necessità. Dove un ragazzo down viene messo alla berlina da coetanei irresponsabili spesso protetti da famiglie conniventi. Dove un ammiccamento incosciente sfocia in uno stupro di gruppo con una facilità angosciante. Dove gli insegnamenti dei padri vengono ignorati perché ritenuti anacronistici o, peggio, troppo schierati ideologicamente. Dove gli organismi religiosi rimangono pervicacemente ancorati a convinzioni antiquate, scollandosi dalla società e rischiando il più delle volte di non farsi capire dalla gente. Dove, infine, anche comunicare con gli altri ad un livello di complessità pari a zero assume proporzioni epiche. Complice anche la tanto decantata tecnologia, s'intende.

In questi giorni sto leggendo un libro: si tratta di “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò. Una donna partigiana, di nome Agnese. Che compie una scelta precisa, di cui prende coscienza solo sperimentandone le conseguenze giorno dopo giorno sulla propria pelle. In un’Italia affamata e devastata dalla guerra. Fai leggere a scuola un testo simile, capace di trasmettere valori robusti e senza tempo e da cui è possibile ancora imparare moltissimo, e di sicuro vieni subito etichettato come uno che falsifica la storia. Uno che travisa ciò che effettivamente è stato. Uno troppo schierato, insomma.

Ci sono giorni in cui la tentazione di farsi da parte, sparire, sottrarsi con ferocia alle dinamiche impietosamente sbagliate di questa società schifosa e patetica si fa veramente fortissima. A volte si sente il bisogno di uscire all’aperto e gridare il proprio disgusto e il proprio rifiuto. Eppure ci sono imperativi morali che, seppur fievoli, non si spegneranno mai. E, francamente, mi commuovono ogni volta. Proprio perché resistono, questi imperativi. Perché ci sono ancora. Perché, nonostante il bombardamento a tappeto da parte di chi li vuole annientare definitivamente, essi non muoiono.
N-O-N M-U-O-I-O-N-O.

L.
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giovedì, 12 ottobre 2006
IL SOCCOMBENTE
(on air:"J.S.Bach - Theme and 1st variation from Goldberg Variations (Glenn Gould)")



dedicato a Sonicgirl, o meglio, Lady... ;-)
“Glenn non ha mai suonato una nota senza accompagnarsi con il canto, pensai, non è mai esistito un altro pianista con questa abitudine. Della sua malattia polmonare parlava come se fosse la sua seconda arte. Nello stesso periodo abbiamo avuto la stessa malattia che poi ci è rimasta, pensai, e ultimamente anche Wertheimer si è ammalato della nostra malattia. Ma Glenn non si è rovinato a causa di questa malattia polmonare, pensai. Ciò che lo ha ucciso è l’assenza di vie d’uscita in cui lui stesso si è cacciato suonando per quasi quarant’anni, pensai. Lui naturalmente non ha smesso di suonare il pianoforte, pensai, mentre io e Wertheimer abbiamo smesso di suonare il pianoforte in quanto non lo abbiamo trasformato in una mostruosità come Glenn., che da questa mostruosità non si è più tirato fuori non avendo mai avuto la voglia, in effetti, di tirarsi fuori da questa mostruosità.”

[da "Il soccombente", di Thomas Bernhard - uno dei libri più belli che abbia mai letto]
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giovedì, 24 agosto 2006
MARE NUOVO
(on air: "M.Legrand - Once upon a summertime (Blossom Dearie)")


dopo aver letto il post, immaginerete che qui NON è Marzocca... ;-)

Mentre visiono qualche mia registrazione video di ieri (tutte esecuzioni pressochè pessime), mi appunto un po’ di impressioni sulla giornata di oggi. Trascorsa nel tratto di spiaggia di Marzocca, tra Ancona e Senigallia. A leggere “Circolo chiuso” di J. Coe sotto l’ombrellone, con spasmodica voracità, sempre più consapevole che, sì, è un bel libro, avvincente, scorrevole, ma “La banda dei brocchi” è ben altra cosa. Ha quel quid in più che questo manco se lo sogna. Per carità, è pur sempre Coe.

Affezionato come sono ai miei luoghi marini (Mezzavalle, Portonovo, Sirolo, Numana), mettere piede per la prima volta a Marzocca è stata una specie di shock, ma ci si abitua in fretta, spaparanzati sul lettino in riva al mare. Ad ascoltare lo sciabordio dell’acqua, che tanto, dove vai, è sempre lo stesso. O forse no…non so, devo ragionarci un po’ sopra. A mangiare facili spaghetti allo scoglio e frittura dell’Adriatico, quello sì, il tutto inaffiato da del buon vino bianco freddo, affacciati sulla riviera.

Per lo meno, gli ombrelloni sono abbastanza distanziati l’uno dall’altro, in modo da consentire il disegno di un minimo di spazio vitale tra se stessi e i nuclei umani adiacenti. Mi rendo conto di non sopportare più il mare affastellato, claustrofobico, la gente assiepata oscenamente, uno addosso all’altro, i corpi opulenti o emaciati, gli schiamazzi di bimbi iperattivi, gli sguardi insistenti, gli odori crudeli e pungenti, l’aria che manca. La tradizionale iconografia dell’Inferno, insomma...

Beh, per una volta ho voluto fare una prova. Qualche chilometro in più per una maggior distensione, e, tutto sommato, sono stato ripagato. Se non sul piano paesaggistico, almeno su quello personale. ‘Fanculo al casino, ne ho fatto una scorta per gli anni a venire (Daniela, nulla a che vedere con la tua bolgia notturna, sia chiaro :))

Ed ora, "stop! Dimentica"… (tanto per citare il tormentone estivo…)
Un abbraccio,
L.
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