Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
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7.03.2001
Non sono portato per i resoconti di viaggio dettagliati e pignoli, anzi li detesto.
Barcellona è semplicemente meravigliosa. Calda, accogliente come una mamma, con le sue vie addobbate a festa e gli anziani, pure, tutti in strada fino a tarda notte ad ascoltare scampoli di musica catalana su un palco improvvisato. Ti aggiri per i vicoli madidi col naso in su, la bocca aperta, la nebbia negli occhi. Ti fai incantare dai colori e dalle luci di una metropoli che non dorme mai e non conosce riposo. La mattina, odore di pulito e di caffè. La notte, sudore e urina. Vita incessante nel suo compulsivo aggrapparsi al tempo che corre via inesorabile. Negli sguardi, nei paesaggi, negli agglomerati urbani e umani, la bellezza e la violenza della terra spagnola, forte, sanguigna, terrena, ma anche morbida, armoniosa, solare. Il ventre vellutato della città risuona come una cassa armonica delle note e i gesti degli artisti di strada. Si noleggia un’auto per un paio di giorni ed ecco Girona, una specie di Firenze in miniatura, e Andorra, principato arroccato sui Pirenei. Nella mente, nomi di persone: Gaudì, Güell, Dalì, Picasso, Mompou. Nomi di luoghi: Montjuïc, Tibidabo, Parc Güell, Barceloneta, Ramblas, Plaça Catalunya, Plaça Espanya, Barrì Gotic, Camp Nou, Colonia Güell. Nomi di edifici: La Pedrera, Casa Batllò, la Sagrada Familia, la Cattedrale di Sant'Eulalia. Troppe cose da elencare.
Voglio rimanere non con il ricordo preciso, ma con l’idea di ciò che ho visto, sentito, toccato.
Un saluto entusiastico a questa città bellissima.
Un autentico grazie ai miei compagni di viaggio nonché carissimi amici: Checco, Nello, Ale.
E un abbraccio sconfinato a Claudiña, cicerone eccellente, ospite impagabile, amica dolcissima.
UNDER THE BOARDWALK
(nel video: "Keith Jarrett - Extract from Sapporo Concert (Luca)")
[Keith Jarrett - Extract from Sapporo Concert (Luca)]
Dedicato a tutti gli amici, vecchi e nuovi
(con pensiero particolare a Narcy, che aspettava questo video da un pezzo... ;-))
Ecco, poi intervengono serate come quella di ieri, o anche quella di venerdì, ad appianare almeno parzialmente ma con efficacia i contrasti interiori. Al di là di tutto, gli ingredienti sono pochi e di una semplicità disarmante: un po’ di musica (buona, possibilmente) proveniente da una festa in lontananza, un muretto davanti al mare su cui sedersi (mi viene in mente una vecchia, bella canzone americana, “Under the boardwalk” dei “The Drifters”), qualcosa da bere e quattro risate con persone con cui ti senti bene e a tuo agio.
Non è per dire, ma non mi pare un traguardo poi così impossibile da raggiungere…
L.
Tutto questo caldo mi sta annientando. Se non fosse per i condizionatori, in casa e in ufficio, da un pezzo sarei già morto stecchito per consunzione. Diventa arduo fare anche la cosa più banale. Suonare, poi, è un’operazione dai contorni vagamente epici.
Non parliamo delle relazioni sociali. Ieri sera avrei fatto molto meglio a starmene a casa a godermi quel po’ di aria fresca che è in grado di donarmi San Pinguino DeLonghi Martire dell’Equatore, seguendo una vocina interiore che, in queste cose, raramente sbaglia. Invece no. Nel primo pomeriggio ho giusto quel minimo di lucidità per declinare un invito ad una cena a quattro. Era già tanto se riuscivo a trovare la forza di “sgappare” dopo cena. Arriviamo intorno alle 23 nel locale sulla spiaggia, già straripante della vecchia, onnipresente mandria notturna di manzi e giumente. La solita mascherata, il solito assordante e tribale background sonoro, i soliti sorrisi finti e le agnizioni che procurano false sorprese, le solite fantomatiche collisioni di corpi aromatizzati da oli/creme/balsami/unguenti e abbrustoliti da ore e ore di cottura al sole del Conero.
Appena metto piede in questo posto, mi sento già un completo estraneo. Tendo quasi subito ad isolarmi, alla ricerca di una boccata d’ossigeno in una nicchia monomaniacale e solitaria, fatta dei silenziosi suoni del mio piano. Ignoro e vengo ignorato, in un feroce quanto irreale gioco al massacro con me stesso e chi mi circonda. Dentro questa specie di scatole rintronanti, tutte le mie faticose conquiste personali, in termini di amicizie, conoscenze, rapporti umani, vengono completamente vanificate, annullate, resettate, riportate ad un livello zero. Capisco che, per quanto mi riguarda, luoghi simili mi portano a ricominciare tutto daccapo con gli altri. E, onestamente, non sempre ho la voglia e la forza di farlo, di intraprendere nuovamente questa scalata alla Relazione-Con-L’Altro. Perché, in fondo, per me si è sempre trattato di uno sforzo titanico. E quando vedo la montagna sgretolarsi, mi lascio investire dalla frana che mi seppellisce ai piedi di una fatica inutile.
Ma non cedo a nessun tipo di elemosina. E il malessere che provo lo mostro senza finzioni, perché non ho né l’intenzione né la possibilità di nasconderlo. Se il capannello di amici o presunti tali se ne sta lì, accanto a te, che confabula sommessamente senza fare il minimo sforzo per coinvolgerti o per prendere in considerazione l’idea che tu, in quel momento, hai qualcosa che non va, allora devo aver sbagliato qualcosa nella scelta più o meno consapevole che ho fatto. Perché nella mia idea di un’amicizia autentica dovrebbe essere contemplato l’interesse al disagio altrui e il soccorso ad un sottinteso “mayday”. In questo senso, le persone con cui sono venuto in contatto nel tempo sono sempre state un po’ troppo parche.
Io cerco sempre di investire molto negli altri, ed è rarissimo che venga ricambiato con pari moneta. Nei momenti migliori, mi piace animare la compagnia, faccio il cazzone, sparo stupidaggini a ruota libera. Per divertirsi, distrarsi, sorridere. E non è un lavoro facile, dato che la mia natura è tutt'altro che espansiva. Ma mi sforzo, in qualche maniera. La settimana è già fin troppo pesante per non tentare di concluderla in modo migliore. E nonostante tutto il disinganno accumulato pazientemente negli anni, nei momenti di difficoltà conservo ancora l’illusione di un gesto spontaneo di amicizia o di affetto autentico e disinteressato nei miei confronti.
Una pacca sulla spalla. Un buffetto sulla guancia. Un abbraccio. Tutte cose in sè semplicissime, ma che mi sembrano diventate rare come l’oro.
E’ tutto ciò che io sono pronto a dare, qualora se ne presenti la necessità.
Qualcosa che non sia tanto fragile da subire il condizionamento del contesto e dell’ambiente circostante. Che non cambi da un minuto all’altro.
Qualcosa che dia l’impressione di una vita vivibile.
Ieri sera, al ritorno da un cocktail sul lungomare ancora un po’ troppo rigido per essere giugno, un buon amico mi ha esposto la sua convinzione che la vita, in fin dei conti, è una continua attesa di qualcosa che non verrà mai. Mi pare un’affermazione verosimile su cui riflettere. Se non altro, tenuto conto del fatto che l’intero ‘900 letterario ha prodotto capolavori su questo tema, uno fra tutti “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati.
Perché investe alcune capacità primarie dell’essere umano, quali la speranza, l’aspettativa, l’illusione. Ogni giorno ci si alza con uno o più bisogni essenziali senza avere la certezza di poterli soddisfare. Ed è proprio questa incertezza il motore immobile di tante esistenze. Unitamente ad una prospettiva di felicità, sia pur fugace. E’ un discorso schopenhaueriano, in sostanza, ma ancora profondamente attuale. Che si interlaccia con quel desiderio di autonomia di azione che è il fulcro di qualsiasi volontà.
Ultimamente mi sento distante: dalla gente e dai suoi ragionamenti stereotipati, dal conformismo che ci porta a seguire un’unica direzione, dai modelli sociali vincenti che ci vengono costantemente proposti. Distante dallo sfacciato disinteresse e dall’insensato sospetto delle persone verso gli abissi e le immani profondità dell’Arte. Non si può vivere senz’Arte, perché si verrebbe presto colti da un inaridimento mortale che non lascia scampo.
Negli ultimi giorni ho partecipato, per lo più passivamente, a diverse riunioni di lavoro o presentazioni di varia natura. Tutta questa gente azzimata, fornita di una competenza illusoria e superficiale, e di un savoir faire professionale che nasconde inquietanti difficoltà di relazione umana, è quanto di peggio la società attuale abbia prodotto in termini di figure sociali. Mi verrebbe da alzarmi e andarmene, una buona volta, e gridare: “Leggetevi le “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll, e mi saprete dire che cazzo di fine ha fatto la nostra esistenza”.
Certo, sarebbe teatrale, stupido e avvilente, ma pur sempre un modo per chiamarsi fuori e dire:
“Io non voglio essere così”.
L.
DRINKS
(on air: "Azure Ray - The drinks we drank last night")
[...oppure andrebbe benissimo anche questa splendida
foto di Sara: rende l'idea altrettanto bene, se non meglio] Azure Ray - The drinks we drank last night
Riding on these waves
Holding on to what you say
Everything will be okay it will work out one way
But i've drifted way too far my arms my legs have grown too tired
And could you be inspired now i'm just tired
And on a swing you push me hard
So i'll come back to where you are
And you know i'm never far no decisions nothing hard
And i knew that it would ring tonight i'll take the bus or the next flight
I won't give up on what feels right
If you see these tears fill in my eyes
It's just the wind that makes me cry
If you could feel this pain inside
It's from the drinks we drank last night
It's from the drinks we drank last night
The shadow of our past projects on clouds of dust and gas
The ones where my eyes will rest a silhouette of loneliness
If you see these tears fill in my eyes
It's just the wind that makes me cry
If you could feel this pain inside
It's from the drinks we drank last night
It's from the drinks we drank last night
Che poi molto spesso le cose più semplici e belle nascono davanti ad un bicchiere, attorno ad un tavolo, dove l’anima si appallottola nel tepore di una mano, e i vetri gocciolano di sogni.
L.
PS: Grazie, Marti: me l’hai mandata solo un paio di giorni fa, ma me la sarò già sparata almeno 50 volte...