Il brano che ascoltate in sottofondo esercita su di me un potere irresistibile. Si tratta di
“Fratres” di
Arvo Part, nella eccelsa esecuzione del
Kronos Quartet, tratta dal CD “
Winter was hard”. Come preannunciavo già a qualcuno di voi, credo sia dovuto al fatto che associo questa musica ad un periodo della mia vita a cui sono particolarmente legato, l’adolescenza. Non sto qui ad approfondire il discorso, non fregherebbe a nessuno, giustamente.
Se potete e volete, prendetevi 10 minuti della vostra vita e concentratevi su questi suoni di un incanto siderale. Non c’è molto da fare: bastano un paio di cuffie, il volume abbastanza alto (all’inizio la musica sembra quasi sussurrata dagli archi) e il raccoglimento di una notte, stellata o nuvolosa che sia. E una cosa fondamentale: gli occhi chiusi.
Arvo Part, 71 anni, estone, è reputato uno dei massimi compositori contemporanei di musica “colta”. Cosa rarissima, considerato che è ancora vivente (la storia insegna, purtroppo, che la grandezza di un artista viene solitamente riconosciuta dopo la sua morte). La sua tecnica compositiva, da lui definita
“tintinnabuli”, è molto caratteristica e
qui è spiegata abbastanza bene, per chi volesse sviscerare.
Per quanto mi riguarda, ascoltare
“Fratres” e vedere superbe immagini come queste, raffiguranti le “mie” adorate Dolomiti, è qualcosa che va al di là di una comune esplicazione verbale. Non si può dire. Probabilmente è qualcosa che ha a che fare con l’Infinito. Con l’Aldilà. Con un Mondo che è al confine tra Reale e Irreale. Mi ci immergo, sospeso tra ricordi d’infanzia, sublimi impressioni, intuizioni paniche. Mi ci perdo, senza più cognizione del tempo e dello spazio.
[ieri pomeriggio]
mi ritrovo disteso nel letto, senza forze, in preda ad uno smarrimento che, presumo, ha radici profonde ma che, latente e silenzioso, riemerge di tanto in tanto quando sto male anche fisicamente, saranno tutti gli antibiotici che sto assumendo per debellare questa stramaledetta otite che mi perseguita da giorni, sembrava sparita, e invece rieccola, ma non è lei la causa, non è lei, è una debolezza che da corporea diventa spirituale, una spossatezza, un deperimento, quando ti senti schiacciato da forze superiori, quando anche muovere i muscoli di un dito diventa un’impresa, quando non sai che cazzo ti succede, insomma, mi ritrovo nel letto, come dicevo, e dormo un sonno pesante, profondo, mi risveglio in uno stato di semincoscenza, rimango immobile per almeno mezz’ora, gli occhi vagano, sono alla deriva, ma pian piano riprendo vita, mi pare una resurrezione ancora più snervante del riposo, non sto male, o per lo meno non nel senso classico del termine, anzi, vorrei rimanere così a lungo ma so che sarebbe peggio, allora mi forzo, cerco di alzarmi, mi ritrovo seduto e scompare tutto, pericolosamente in equilibrio su di un filo esilissimo, sottile e inconsistente, mi puntello, mi raddrizzo, ci provo, ci sono, ci sono ancora, esisto, resisto
rieccomi al Mondo […]
L.