Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
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7.03.2001
INTO THE WILD
(on air: "Eddie Vedder - Guaranteed ("Into the wild" soundtrack)
Oggi sono andato a vedere “Into the wild”, il film di Sean Penn attualmente nelle sale e tratto da una storia vera. Ne vorrei parlare ma trovo difficoltà a trovare le parole giuste. Penso che sia un capolavoro assoluto. Uno di quei film che, quando arrivi alla fine, vorresti ricominciare da capo e rivedertelo di nuovo. C’è una sincerità di intenzioni e di emozioni che fa accaponare la pelle. Ci sono numerosi momenti di commozione autentica. Che scaturisce con assoluta semplicità, senza retorica. E poi ci sono tutta una serie di tematiche che difficilmente lasciano indifferenti. Il viaggio, come percorso di ricerca personale e umana. Come tentativo di acchiappare la Bellezza con la b maiuscola. Che è anche una fuga dalle bruttezze della società. Dalle sue storture, dalla sua falsità, dalla sua ipocrisia. Christopher McCandless, il protagonista, abbandona la sua famiglia rigidamente inquadrata, la sua vita agiata, la sua laurea fresca fresca, il suo futuro. I suoi soldi li devolve ad una organizzazione di beneficenza. Diventa “Alex Supertramp”, la sua nuova identità di nomade. Con sé solo uno zaino, i suoi amati libri (Tolstoj, London, Thoreau, Pasternak) e negli occhi la voglia di libertà. Di respirare l’aria pura dei paesaggi immensi. Delle vallate e delle montagne. Per una vita veritiera. Per capirci qualcosa. Ma lui ha già qualcosa da dire. E lo lascia in pegno a tutti coloro che incontra sulla sua strada: una coppia di hippies, un agricoltore simpatico e imbroglione, una giovane e bellissima cantautrice (interpretata da Kristen Stewart, di cui difficilmente riuscirò a dimenticare gli occhi di cristallo...) che si innamora di lui. E, infine, un vecchio disperato ma dignitoso, che grazie a Chris/Alex ritrova un’ultima spinta a vivere e ad uscire dal suo guscio senile. Tutti costoro ricorderanno per sempre questo ragazzo che, novello San Francesco, ha rifiutato la materialità del mondo per un confronto solitario con la Natura.
Chris/Alex continua la sua marcia infaticabile verso il Nord. Fino alla sua meta, l’Alaska, dove si installa nella carcassa di un bus abbandonato. E qui vive di nulla. Lui e la Natura. Nient’altro. Per giorni e giorni. Leggendo gli adorati testi che ha portato con sé. Ma proprio Tolstoj gli fa comprendere che “la felicità è reale solo se condivisa”. Non più da soli, quindi.
Mi fermo qui, il resto di questa storia magnifica dovrete scoprirlo voi.
Andate a vedere questo film. Perché non è un semplice film.
Ma la storia di chi ha avuto il coraggio disperato di rifiutare la falsità del mondo per inseguire Verità e Bellezza.
Un forte abbraccio,
L.
PS: l'ultimo fotogramma del film, un autoscatto del vero Christopher McCandless davanti al bus, solo e sperduto in Alaska, mette i brividi...
ABOUT BLANK
(nel video: "Giovanni Allevi - Il bacio (Luca)")
Ultimamente sento di non avere molto da dire. Non sono tranquillo, non possiedo la serenità d'animo necessaria a scrivere qualcosa di sensato a proposito di musica. Mi aspettano giorni piuttosto difficili al lavoro. Perciò sarà il caso di lasciar parlare direttamente la musica stessa. See you later.
Un forte abbraccio,
L.
Per inaugurare l’anno nuovo, vi racconto la storiella della mia fine d’anno.
L’altroieri notte è venuto a farmi visita un mio caro amico che non vedevo da diverso tempo, Mal di Gola. Non mi ha fatto chiudere occhio, costringendomi a chiacchierare del più e del meno per tutta la nottata fino all’alba. Ogni tanto si alzava gironzolando per casa, per poi ripresentarsi puntuale ai pasti, tenendomi compagnia. Ad un certo punto, verso ora di pranzo, suona il citofono ed ecco un’altra amica di vecchia data, Febbre. Un tempo io, Mal di Gola e Febbre eravamo inseparabili, formavamo un gruppetto di amici formidabile. Hanno deciso di rifarsi vivi per festeggiare insieme la fine dell’anno! “Che pensiero gentile avete avuto”, esclamo. Figuratevi, con Febbre ci sono pure finito a letto nel pomeriggio, con grave disappunto di Mal di Gola, relegato come sempre al ruolo di voyeur. “E’ la tua condanna”, mi diverto a stuzzicarlo. Nel pomeriggio si aggiunge Tosse, ragazza simpaticissima con cui sono rimasto tuttora in buoni rapporti.
Verso sera avevo appuntamento con altri amici per festeggiare l’anno nuovo. Allora, prendo Febbre da una parte e le dico: “Senti, purtroppo dove vado non posso portarti con me, perché siamo in troppi”. Lei versa qualche lacrima, si gira dall’altra parte e si ficca sotto le coperte, mormorando “Sempre così!”.
E’ stata una bella festa, a casa di Fra, con Gianlu e i nostri famigliari. Tosse è stata un po’ mogia per tutta la serata: a volte spariva inspiegabilmente, per poi tornare ancora più avvilita di prima. Solo Mal di Gola mi è stato fedelmente vicino, da buon amico. O almeno così credevo. Perché ad un certo punto non l’ho più visto. Screanzato, non ha nemmeno aspettato di festeggiare insieme la fine dell’anno!
Al mio ritorno, Febbre non era più nel mio letto. Sul cuscino, un biglietto: “Mi hai ferita, scappo con Mal di Gola, addio!”.
E vissero felici e contenti…
…ma io ancora più felice e contento di loro! :-)
Che il 2008 vi porti gioia, serenità e la realizzazione dei vostri sogni.
BUON ANNO A TUTTI, un caro abbraccio
MARE D'INVERNO
(on air: "L.Tenco - Ho capito che ti amo (Luca)")
[il mare, oggi]
Ho da poco finito di leggere “Il disco del mondo”, di Walter Veltroni. E’ una sorta di breve viaggio nella tragica esistenza di Luca Flores, giovane e geniale pianista jazz morto suicida a 39 anni nel 1995. Da questo libro è stato tratto il film di Riccardo Milani “Piano, solo” con Kim Rossi Stuart e Jasmine Trinca. Che non ho visto. E che non so se vedrò, anche se naturalmente mi incuriosisce. Ma è una storia troppo toccante e, prima di vederne una qualsiasi traduzione cinematografica, devo avere il tempo di smaltire le penose sensazioni che mi ha lasciato dentro.
Talmente penose che, per qualche giorno, ho sentito il desiderio di allontanarmi un poco dal mio amatissimo strumento. Cosa quanto mai insolita, visto che ci sono periodi in cui vivo quasi una sorta di simbiosi con il piano. Anche questo fine settimana, tante foto. Mi hanno fatto bene. E mi ha fatto bene uscire e guardare le cose intorno a me. E oggi pomeriggio, tornato a casa dopo una passeggiata in luoghi dove il mare d’inverno sembrava respirare all’unisono con me, ho rimesso timidamente le mani sopra la tastiera. E’ venuto fuori quello che ascoltate. Una mia rilettura incerta ma, vi assicuro, molto sentita di “Ho capito che ti amo” di Luigi Tenco.
Al di là di tutto, posso solo sperare di essere riuscito a trasmettervi un po’ delle emozioni che questa canzone splendida è in grado di suscitare ogni volta in me.
Un caro abbraccio,
L.
STAGIONI
(nel video:"Tchaikovsky - October 'Autumn Song' from "The Seasons" op.37 (Luca)")
[P.I.Tchaikovsky - October 'Autumn Song' from "The Seasons" op.37]
Sono innamorato di questo pezzo. E' pervaso da uno struggente senso di fine, di chiusura.
Non scende a patti col mondo: "Lasciatemi annegare in questa tristezza", sembra dire sin dalle battute iniziali.
Non butta bene, oggi. Non è il caso che scriva altro.
Tutto questo caldo mi sta annientando. Se non fosse per i condizionatori, in casa e in ufficio, da un pezzo sarei già morto stecchito per consunzione. Diventa arduo fare anche la cosa più banale. Suonare, poi, è un’operazione dai contorni vagamente epici.
Non parliamo delle relazioni sociali. Ieri sera avrei fatto molto meglio a starmene a casa a godermi quel po’ di aria fresca che è in grado di donarmi San Pinguino DeLonghi Martire dell’Equatore, seguendo una vocina interiore che, in queste cose, raramente sbaglia. Invece no. Nel primo pomeriggio ho giusto quel minimo di lucidità per declinare un invito ad una cena a quattro. Era già tanto se riuscivo a trovare la forza di “sgappare” dopo cena. Arriviamo intorno alle 23 nel locale sulla spiaggia, già straripante della vecchia, onnipresente mandria notturna di manzi e giumente. La solita mascherata, il solito assordante e tribale background sonoro, i soliti sorrisi finti e le agnizioni che procurano false sorprese, le solite fantomatiche collisioni di corpi aromatizzati da oli/creme/balsami/unguenti e abbrustoliti da ore e ore di cottura al sole del Conero.
Appena metto piede in questo posto, mi sento già un completo estraneo. Tendo quasi subito ad isolarmi, alla ricerca di una boccata d’ossigeno in una nicchia monomaniacale e solitaria, fatta dei silenziosi suoni del mio piano. Ignoro e vengo ignorato, in un feroce quanto irreale gioco al massacro con me stesso e chi mi circonda. Dentro questa specie di scatole rintronanti, tutte le mie faticose conquiste personali, in termini di amicizie, conoscenze, rapporti umani, vengono completamente vanificate, annullate, resettate, riportate ad un livello zero. Capisco che, per quanto mi riguarda, luoghi simili mi portano a ricominciare tutto daccapo con gli altri. E, onestamente, non sempre ho la voglia e la forza di farlo, di intraprendere nuovamente questa scalata alla Relazione-Con-L’Altro. Perché, in fondo, per me si è sempre trattato di uno sforzo titanico. E quando vedo la montagna sgretolarsi, mi lascio investire dalla frana che mi seppellisce ai piedi di una fatica inutile.
Ma non cedo a nessun tipo di elemosina. E il malessere che provo lo mostro senza finzioni, perché non ho né l’intenzione né la possibilità di nasconderlo. Se il capannello di amici o presunti tali se ne sta lì, accanto a te, che confabula sommessamente senza fare il minimo sforzo per coinvolgerti o per prendere in considerazione l’idea che tu, in quel momento, hai qualcosa che non va, allora devo aver sbagliato qualcosa nella scelta più o meno consapevole che ho fatto. Perché nella mia idea di un’amicizia autentica dovrebbe essere contemplato l’interesse al disagio altrui e il soccorso ad un sottinteso “mayday”. In questo senso, le persone con cui sono venuto in contatto nel tempo sono sempre state un po’ troppo parche.
Io cerco sempre di investire molto negli altri, ed è rarissimo che venga ricambiato con pari moneta. Nei momenti migliori, mi piace animare la compagnia, faccio il cazzone, sparo stupidaggini a ruota libera. Per divertirsi, distrarsi, sorridere. E non è un lavoro facile, dato che la mia natura è tutt'altro che espansiva. Ma mi sforzo, in qualche maniera. La settimana è già fin troppo pesante per non tentare di concluderla in modo migliore. E nonostante tutto il disinganno accumulato pazientemente negli anni, nei momenti di difficoltà conservo ancora l’illusione di un gesto spontaneo di amicizia o di affetto autentico e disinteressato nei miei confronti.
Una pacca sulla spalla. Un buffetto sulla guancia. Un abbraccio. Tutte cose in sè semplicissime, ma che mi sembrano diventate rare come l’oro.
E’ tutto ciò che io sono pronto a dare, qualora se ne presenti la necessità.
Qualcosa che non sia tanto fragile da subire il condizionamento del contesto e dell’ambiente circostante. Che non cambi da un minuto all’altro.
Qualcosa che dia l’impressione di una vita vivibile.
ANIMA PERSA
(nel video: "Estratto dal film "Anima persa" (1976) di Dino Risi")
Un Vittorio Gassman straordinario e toccante nelle scene
finali di "Anima persa" (1976) di Dino Risi, con Catherine Deneuve,
tratto dall'omonimoromanzo di Giovanni Arpino.
Un'interpretazione indimenticabile.
“Tutti i miei personaggi, se ci ripenso un attimo, sono degli emarginati che vengono a precipitare, pur essendo normali, in una situazione abnorme. Ma dov’è l’uomo non emarginato in questo secolo? E dov’è una storia legittima che non risulti abnorme?”
K.S.
(on air: "Karol Szymanowski - Prelude op.1 n.2 (Luca)")
Di Karol Szymanowski ho già parlato altrove. E’ un autore a me molto caro e ci sono fasi in cui mi identifico chiaramente nella sua musica. Mi riferisco in particolare ad un pugno di opere, quelle giovanili, in cui il compositore polacco non ha ancora abbandonato definitivamente la tradizione, la tonalità, l’armonia classica.
Ci sono fasi, dicevo, in cui mi identifico nella sua musica e sono quelle in cui ti avvolge un’indefinita inquietudine, a cui non sai dare con precisione un senso. Ogni mio stato d’animo ha una sua colonna sonora, o per lo meno qualcosa che gli si avvicina. In musica ci sono tanti tipi di malinconia, e quella di origine slava credo non abbia eguali.
La malinconia di Tchaikovsky è però ancora troppo morbida e salottiera, benchè in certe opere sia sommamente struggente. Quella di Glazunov troppo di maniera, nonostante anche qui ci siano stupefacenti eccezioni. Quella di Scriabin talora troppo sofisticata e cerebrale. Quello di Rachmaninoff è più un horror vacui, che ti stringe lo stomaco in una morsa e disperde le facoltà razionali in un costellazione di angosce.
Quella di Szymanowski, invece, è malinconia allo stato puro. Grigiore senza spiragli, è un cielo di nuvole compatto e basso, che si stringe soffocante al suolo. E’ un rumore sordo nella testa e un serpeggiare nei visceri. Qualcosa che ti paralizza nella consapevolezza che tutto ciò che ti circonda è vacuo e inutile.
A volte, queste note sono la traduzione in musica di ciò che sento.
L.
EN PASSANT
(nel video: "Per Lasson - Crescendo (Luca)")
[Per Lasson - Crescendo (Luca)]
Dunque, tutto comincia con un antipasto di pesce, sabato sera. Il giorno dopo, tutto ok, neanche un’ombra di malessere. La notte tra domenica e lunedì, invece, un calvario dal vago sapore cristologico. Quando vado a letto, sento già l’intestino in via di incazzatura. Mi giro e rigiro, senza riuscire a prender sonno. Dalle 3 di mattina in poi è solo strazio e tribolazione, che non sto a dire diffusamente perché vi farei passare quella voglia residua che vi rimane di leggere il mio blog. Dico solo che ho vomitato pure l’anima. Il giorno dopo, la febbre ha oscillato instancabilmente tra i 37.5 e i 38.5, sfiancandomi ulteriormente. Oggi sto meglio, ma mi sento ancora un po’ rotto. Come se mi fosse passato sopra un tir, per intenderci. Ci sarebbero gli estremi per una denuncia, visto che altre due persone che erano con me hanno avuto stessi identici sintomi. E non è detto che non lo faccia.
Mi sono beccato tre giorni di malattia, e questa è forse l’unica nota positiva di tutta la storia. Perché ho un po’ di tempo per dedicarmi alle cose che amo di più. Come leggere o suonare. Sto rileggendo “Se questo è un uomo”, dell’amatissimo Primo Levi. Ho trovato dei documenti molto interessanti su YouTube, che meritano decisamente una visione. Ieri sera, nella catatonia della convalescenza, ho visto “Fateless – Senza destino”, un toccante film sull’Olocausto. Protagonista, un ragazzino, che conosce le atrocità dei campi di sterminio nazisti. Non finirò mai di chiedermi com’è stato possibile che l’uomo abbia potuto commettere simili atrocità nei confronti dell’uomo.
Musica. Sto suonando parecchio ultimamente. Ho trovato spartiti molto rari, che sono un po’ la mia passione. Certo, i classici sono e rimangono immortali. Beethoven, Schubert, Brahms, Chopin. Ma c’è tutta una schiera di compositori minori e dimenticati che ha scritto cose pregevoli e di qualità molto alta. Come questo “Crescendo”, di un tal Per Lasson, a occhio uno svedese, di cui è praticamente impossibile reperire qualche informazione pure su internet, dove solitamente si trova di tutto. Pura Belle Epoque. Un periodo che, musicalmente parlando, è stato fecondissimo.
Un grazie a tutti voi che continuate a passare, nonostante la mia latenza dai vostri spazi. Ormai vengo su splinder quasi solo per scrivere le mie baggianate, e con una frequenza sempre minore. E’ una fase, può progredire o regredire. Per ora, sono ancora qui.