mercoledì, 21 novembre 2007
ANATOLY ALEXANDROV
(on air: "Alexandrov - Romantic Episode op.88 n.10 (Luca)")
[3 scatti mentre strimpello]
Karol Szymanowski è generalmente poco noto ai più, e comunque relegato ad una ristretta cerchia di conoscitori e appassionati di musica classica. Ma se confrontato con l’autore che propongo stavolta, ossia
Anatoly Alexandrov (1888 - 1982), compositore russo vissuto a lungo in pieno ‘900, rischia di apparire addirittura popolare e famoso.
Facendo una rapida ricerca su internet, di Alexandrov sono state seminate poche tracce e quasi non esistono immagini,
a parte un ritratto giovanile, l’unico presente nelle pagine web.
Di lui ho un CD interamente dedicato alla sua musica per piano.
Alexandrov ha seguito un percorso creativo contrario a quello comunemente praticato dai compositori, compreso Szymanowski. E’ partito da istanze di forte modernità, con sonorità anche aspre, per poi approdare nelle opere della maturità e della vecchiaia ad uno stile più tradizionale e comunicativo. Va da sé che io preferisco questo suo ultimo periodo (analogamente al primo di Szymanowski). Queste scelte possono far pensare che io rifiuti la musica classica moderna o contemporanea, ma non è così. Ho sempre amato Bartòk, Strawinsky, Prokofiev, e via dicendo, tutti cosiddetti campioni del modernismo. Ma di alcuni autori, meno conosciuti e forse meno coerenti nel loro eclettismo, prediligo opere più comprensibili.
In sottofondo ascoltate me che strimpello il breve ma infuocato
Romantic Episode op.88 n.10, brano di chiusura del ciclo dei
Romantic Episodes op.88, tecnicamente non così complesso come sembra, ma in alcuni punti certamente faticoso e scomodo. Il riferimento stilistico sembra sicuramente S. Rachmaninoff, e infatti i suoi elementi ci sono tutti: magniloquenza, enfasi declamatoria, linguaggio tonale e post-romantico. Mi domando solo: perché questa musica è sparita dalle sale da concerto?
Buon ascolto, e un forte abbraccio a tutti
L.
mercoledì, 14 novembre 2007
KAROL, ANCORA LUI
(on air: "Szymanowski - Etude op.4 n.1 (Luca)")
Questa foto di
Karol Szymanowski al piano è impressionante. Perché, vi chiederete voi. Non lo so, non c’è un motivo particolare. E’ solo che vedere uno dei miei compositori preferiti ritratto davanti al suo strumento, più o meno negli anni in cui ha dato alla luce le sue prime opere per piano, quelle giovanili che io adoro (a discapito delle altre, per cui è realmente passato alla storia), mi fa un certo effetto. E poi la foto è venuta leggermente mossa, il viso sfocato e pallido pare quello di un fantasma. Dietro, appesi al muro, si riconoscono i ritratti di Chopin, grande al centro, e Wagner, più piccolo sulla destra.
Quello che ascoltate in sottofondo è il primo dei suoi
Quattro Studi op.4, composti intorno al
1902-1904. L’ho registrato qualche giorno fa. Succede molto raramente che una mia esecuzione mi soddisfi e in genere, per quanto mi riguarda e paradossalmente, il grado di appagamento è inversamente proporzionale al lavoro compiuto. Più studio e peggio suono. In questo caso, una volta tanto posso dire di aver smentito tale regola. Ho studiato con precisione questo pezzo per molti giorni, mi ci sono applicato con rigore maniacale, come spesso mi succede con Szymanowski (cosa per altro inevitabile, considerata la difficoltà tecnica dei suoi pezzi pianistici) e almeno in parte ritrovo i miei pensieri tradotti in musica.
L’influenza di
Alexander Skriabin sullo Szymanowski giovanile è indubitabile e fortissima. Eppure si intravede una forza creativa personale. Forse proprio in quel respiro malinconico e sofferto che permea tutta la sua prima produzione e che gli proviene dal legame con la sua terra natale, la Polonia.
Non lo so. A me sembra, ascoltando questo brano e nello stesso tempo osservando la foto, che Szymanowski avesse qualcosa dentro. Qualcosa di irrisolto che lo tormentava. E che filtrava attraverso i suoi occhi vitrei, la sua carnagione esangue, il suo portamento nobile. Come un febbrile e affannoso desiderio di annientamento, celato dietro una maschera immobile e tetra.
Buon ascolto.
L
mercoledì, 07 novembre 2007
Příští stanice: PRAHA!
(on air: "B.Smetana - Extract from "La Moldava")
Descrivere Praga è un’impresa improba, soprattutto venendo dopo
Gianlu (compagno di viaggio strepitoso), che l’ha già fatto prima di me in maniera semplice ed eccellente. Mi ero studiato un pochino la città prima di partire, segnandomi le principali attrazioni. Era tutto un po’ confuso nella mia testa. Ma solo la sera del primo giorno mi sono reso conto di quello che avevo di fronte. Come spinto da qualcosa di indefinito, decido che è ora di dirigersi in quel posto magico che è il
Ponte Carlo proprio al tramonto. Non è dato spiegare le sensazioni che attraversano l’animo percorrendo quell’antico collegamento tra una sponda e l’altra della Moldava, mentre le luci dei lampioni si stanno accendendo. E il
Castello, con al suo interno la
Cattedrale di San Vito, risplende esattamente davanti a te in tutta la sua solennità. La
Città Vecchia (Staré Město) risponde ammonticchiando quasi uno sopra l’altro i suoi innumerevoli tetti rossi. Ho deciso che la Piazza della Città Vecchia è mia, solo mia. E’ come un salotto accogliente che ti abbraccia da ogni angolo. Ti senti a casa e ci torni ogni volta che puoi. Per ritrovare il conforto di un luogo che, sin dal primo impatto, ti appartiene. I negozi scintillanti, i locali confortevoli, gli scorci suggestivi, le architetture sontuosamente mitteleuropee e le viuzze colorate. Sembra di stare nel paese delle fiabe. In ogni chiesa, un concerto. Tutti i negozi musicali che ho incontrato parlavano la mia lingua, la musica classica. Smetana, Suk, Novak. C’è una piazza, davanti al
Teatro Rudolfinum, dove si può ammirare la statua di Antonin Dvorak. E poi il
Quartiere Ebraico con le sue sinagoghe e l’atmosfera kafkiana, la divertente litania della “příští stanice” nella Metro, le corse ai semafori pedonali troppo brevi, la funicolare per la collina di Petrin sopra Malà Strana, le risate fino alle lacrime prima di prender sonno, i caffè talmente lunghi da sembrare acqua sporca, la cena nel battello sulla Moldava, le orchestrine nomadi, il vento gelido e le foglie d’autunno.
Quattro giorni splendidi. In una delle città più belle e poetiche che abbia mai visto.
L.
PS: mi raccomando, non dimenticate di ascoltare il brano di Bedrich Smetana nella webradio: rappresenta Praga più di qualsiasi altra parola.