Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
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7.03.2001
...impossibile non commuoversi...
grazie Ennio (e poi, premiato dal "tuo" Clint... ;-))
esco a prendere una boccata d’aria dopo una domenica spesa a completare un lavoro per domani, giusto per evitare di sentire le solite lamentele insaporite da qualche sgradevole bestemmia, giusto per limitare i danni, ed ecco che sì, decido di fermarmi qui, per oggi può bastare, ho fatto parecchio, anzi ho fatto quasi tutto, quando sarebbe in realtà mio pieno diritto fare tutt’altro, rilassarmi, divertirmi, suonare, ma diciamo che ancora sto al gioco, e allora va bene così, prendo il cappotto e mi ritrovo catapultato nella confusione del centro insieme a F. e G., non ci capisco un cazzo, sarà che ore ed ore a programmare al pc rincoglionirebbero pure un bue, però mi chiedo per quale motivo tutto questo casino, e questo tappeto di coriandoli colorati sull’asfalto, ma sì, mi dico, è carnevale, però aspetta un attimo, che diavolo c’entra, siamo alla prima domenica di Quaresima, ok, la mia facoltà di pensare ormai è un’entità errabonda senza più dimora, meglio lasciarla girovagare finchè non si stanca di tutte queste facce, questi passi, queste parole gettate al vento, e allora ci buttiamo da Feltrinelli, una specie di camera di decompressione dove mi pare di sentir pulsare ancora un po’ di vita reale, e grazie ad F. trovo un libro che cercavo da parecchio, o meglio, mi ero dimenticato che lo stavo cercando da parecchio, “Variazioni selvagge” si chiama, di Hèlene Grimaud, una pianista tanto dolce nel tocco e nell'aspetto quanto selvaggia, appunto, nel carattere, tant’è che nel libro parla anche della sua devastante passione per i lupi, grazie F., mi hai letto nel pensiero, lo giro e rigiro nelle mani annusandone le pagine, sfiorandone la copertina satinata, quando di fronte a me incrocio uno sguardo, ingabbiato in una coda di cavallo, in un paio di jeans e una giacca pesante, cioè diciamo che non era proprio uno sguardo ma un sibilo, un sussurro, un fendente silenzioso e mobile, perciò pago in fretta, ci rimettiamo in marcia risalendo il corso e quel fendente è ancora lì davanti a noi, si ferma a contemplare un paio di vetrine, diventa una gazzella solitaria per poi sparire in una via oscura e laterale, e quel sussurro lo porto ancora con me per il viale, fino al Monumento ai Caduti colorato di viola, perché stasera il cielo era viola, e il morbido tetto di nuvole sopra le nostre teste proteggeva quel che restava dei nostri pensieri, ed ora sono qui, a casa, con Aphex Twin nelle cuffie e nel radioblog, ancora in attesa che la mia entità errabonda faccia ritorno, così potrò affidarle quel sussurro virato in viola
RADICI
(nel video: “Francesco Rosi - Tre fratelli (extract)”)
Dedicato a Simo
Un uomo torna dopo molto tempo nel suo paese natale, nella casa dove è nato e cresciuto. Vi torna dopo aver ricevuto un telegramma dal padre, ormai molto anziano, che lo informa (insieme agli altri due fratelli) della morte della madre.
Sul sentiero che porta alla casa, un vero Sentiero dei Rovi, si immerge nei ricordi.
Calpesta gli odori d’infanzia, che gli salgono imperiosi alle narici.
Ripercorre le sue orme di bambino.
Accarezza la gobba ruvida e robusta di un albero sempiterno, riascoltando antiche e care voci.
E assapora la corsa folle del Tempo, che mai si arresta e che gli piomba addosso tutta in una volta.
Quell’uomo si chiama Nicola (Vittorio Mezzogiorno, compianto attore e padre della bellissima Giovanna).
Quel film si chiama “Tre fratelli”, del 1981, indimenticabile pellicola di Francesco Rosi.
Quella scena si chiama incanto. Toccante come poche. E il nodo in gola è dietro l’angolo.
Lasciatevi trasportare dalla suggestione delle immagini, unite ad una musica (del grande Piero Piccioni) che, ogni volta, regala un brivido nuovo. E un’immagine di noi che non scorderemo mai.
CHILDREN'S CORNER
(nel video: "Claude Debussy - Doctor Gradus ad Parnassum (Luca)")
"A ma chère petite Chouchou, avec les tendres
excuses de son père pour ce qui va suivre."
(la dedica di Claude Debussy alla figlia Emma-Claude,
soprannominata "Chouchou", apposta sulla pagina iniziale
dell'album di 6 pezzi per piano "Children's Corner"
del 1908 - da cui il brano che eseguo nel video è tratto)
Seguirà qualcosa di scritto, ma stasera sono cotto.
Nell'attesa, un forte abbraccio e buon ascolto.
L.
MARTHITA
(nel video e nel radioblog: "Argerich plays Rachmaninov Piano Concerto No.3 3rd mov Pt.2")
[Martha Argerich esegue il finale del Concerto n.3 op.30 per pianoforte
e orchestra di Sergej Rachmaninoff (chi non riuscisse a visualizzare
correttamente il video, può ascoltare il brano nel radioblog in cima
alla colonna di destra, ma non è la stessa cosa, ve l’assicuro)]
Una di queste volte son sicuro che mi piglierà un ictus, riascoltando questa forza della natura. La pianista che vedete è quella pazza furiosa di “Marthita” Argerich, argentina. Esegue uno dei suoi cavalli di battaglia, il Concerto n.3 op.30 in re minore di Sergej Rachmaninoff. Uno dei miei brani-feticcio. È il finale del concerto, l’ultima parte del terzo tempo. Posso immaginare che Miriam salterà dalla sedia leggendo questo post ;-)
Credo sia una delle più belle esecuzioni in assoluto di questo concerto monumentale. Delle recenti, intendo. Se non fosse per Riccardo Chailly, il direttore d’orchestra, che sembra un toro scatenato, un po’ troppo su di giri. Non mi metto certo a scomodare l’Horowitz degli anni ’30 o il Gieseking, o il Gilels di qualche decennio successivo. Nella Argerich c’è impeto, prepotenza, un’energia incontrollabile, una spinta inarrestabile verso l’alto, verso l’avanti. C’è furia, slancio lirico, tecnica granitica. Suona senza rete di protezione, un po’ come quegli acrobati dei circhi che camminano su un filo sottilissimo. Lei è così, bianco o nero, tutto o niente, prendere o lasciare.
Al di là, però, della splendida esecuzione, c’è un particolare che vorrei mettere in risalto. Gli sguardi che Martha lancia ogni tanto verso il direttore o l’orchestra. C’è una sensualità dirompente. Perché non è solo brava, ma è pure bellissima, li mortacci suoi! Sprizza eros da tutti i pori, cacchio! La ciocca corvina e ribelle davanti agli occhi. Le labbra sottili e semichiuse. I movimenti delle spalle e degli avambracci mentre afferra gli accordoni a piene mani di cui il buon Rach ha infarcito ‘sto pachiderma di concerto. Le gote arrossate nello sforzo sovrumano. Il brano è carnale. LEI è carnale. Mi arrendo, io la amo. Ok, sono ridicolo, me ne rendo conto, ma a me fa questo effetto, che vi devo dire? E poi, insomma, gli innamorati non si giudicano, che diamine! ;-)
Anche se con qualche giorno di anticipo: buon San Valentino, Marthita!
(giochiamo un po’, và…)
L.
L'EMPIREO
(nel video: "Hamelin plays Beethoven Piano Sonata No.30 op.109, 3rd mov. part 1") (nel video: "Hamelin plays Beethoven Piano Sonata No.30 op.109, 3rd mov. part 2")
[Hamelin interpreta il terzo tempo della Sonata n.30 op.109 di Beethoven (parte 1)]
[Hamelin interpreta il terzo tempo della Sonata n.30 op.109 di Beethoven (parte 2)]
Ieri sera, al teatro Sperimentale, ho assistito ad un bel concerto pianistico. Le riserve che nutrivo erano parecchie. Primo, il pianista stesso, Marc-Andrè Hamelin. Famoso per un repertorio ricercato, fatto di brevi pezzi rarissimi e di difficoltà d’esecuzione inusitata. Insomma, il classico virtuoso tutto d’un pezzo, che manifesta doti tecniche inconcepibili con la massima nonchalance. Sguardo di ghiaccio, viso granitico. Cose così. Cose per cui, onestamente, non vado pazzo se non sono accompagnate da un pensiero coerente e da un suono ponderato.
Primo, quindi, il pianista. E secondo, i brani che ha presentato: Primo tempo
L. van BEETHOVEN
Sonata in Mi maggiore Op. 109
Sonata in La bemolle maggiore Op. 110
Secondo tempo
F. SCHUBERT
Sonata in Si bemolle maggiore D 960
La terzultima e la penultima sonata di Beethoven nel primo tempo, e l’ultima di Schubert nel secondo. Tu-tun! Destro-sinistro alla mascella e cadi incosciente al tappeto. Voglio dire, qui ci troviamo nell’Empireo di dantesca memoria. Il luogo dove si trovano ora Beethoven e Schubert è il Sopramondo, lo Spazio-Infinito-dove-risiedono-solo-Gioia-ed-Estasi, tanto per essere chiari. Perché gente che ha scritto ‘sta roba non sta insieme agli altri comuni mortali, ecco. Perché il terzo tempo della 109 o la fuga con esplosione finale della 110 di Beethoven, o ancora la dolcezza ed il candore del primo tempo della 960 di Schubert sono da lacrime agli occhi. Già solo pensare all’ultimo Beethoven, sordo, rinchiuso nel suo solipsismo forzoso, a combattere come un leone solitario contro gli infiniti problemi che gli poneva la materia musicale dei primi decenni di un secolo difficilissimo come il XIX, e pensare a come ha risolto tali problemi, disgregando la forma per farla rinascere come un’araba fenice dalle proprie ceneri. Già solo pensare a questo ed ascoltarne i risultati, c’è di che commuoversi come vitelli.
Un repertorio di questo tipo ha già trovato da tempo i suoi campioni: Radu Lupu, Alfred Brendel, lo stesso Richter. Gente dal suono limpido, claustrale, quasi monastico, direi. Capaci di trasmetterti brividi lungo la schiena senza bisogno di tante acrobazie sulla tastiera. Perciò i miei dubbi erano giustificati. Ma Hamelin ha indubbiamente fatto un buon lavoro. Ha dismesso i panni del virtuoso senz’anima, ha lavorato di sottrazione, si è rimesso in gioco davanti ad una platea neanche delle più terribili e si è inchinato con umiltà di fronte ai ciclopi del classicismo viennese. Ed è venuto fuori qualcosa di molto buono. Non sempre allo stesso livello, d’accordo, ma molto, molto buono.
CHAVA ALBERSTEIN
(on air: "Chava Alberstein - Malkele (Little Malkah)")
[Klezmatics,Chava Alberstein - Mi Ha´Ish]
brrrr...brividi...
(alzate il volume, si sente poco)
Quando scopro qualcosa che mi piace fortemente, ne consegue un periodo più o meno lungo di ubriacatura entusiasta, di eccitazione febbrile. E’ successo anche stavolta. Vi presento Chava Alberstein. Mea culpa: ignoravo la sua esistenza fino a poco tempo fa. Si può dire che è la più importante cantante israeliana, unanimemente riconosciuta dalla critica, sebbene troppo poco nota al pubblico internazionale. Per alcune informazioni biografiche su di lei, potete andare nei seguenti siti:
Sarà perchè ho sempre avuto una passione per la musica ebraica, come il klezmer, ad esempio.
Sarà perché mi piace la musicalità della lingua yiddish, le R arrotate e le H aspirate e le vocali sconosciute.
Sarà perché per quanto mi riguarda, il Giorno della Memoria è solo il pretesto, ogni volta, l’inizio di un lungo viaggio nella cultura ebraica, attraverso documenti, siti web, letteratura, musica. Un viaggio che non può certamente circoscriversi in un misero giorno, ma protrarsi per intere settimane.
Di Chava vi consiglio caldamente “Lemele”, il suo ultimo album, un vero capolavoro. Da cui è tratta la canzone che ascoltate (cliccando sul tasto “Play” – freccetta – del radioblog in versione “slim” che trovate al solito posto, in alto nella colonna di destra). Intensa, sofferente. Che sa di giorni perduti.