martedì, 31 ottobre 2006
SHADOWS
(on air: "Audioslave - Shadow on the sun (from Collateral soundtrack)")




La musica che ascoltate in sottofondo, “Shadow on the sun” degli Audioslave, fa parte della colonna sonora di uno dei più bei action movie degli ultimi anni, vale a dire “Collateral”, regia di Michael Mann, con un inedito, brizzolato Tom Cruise nei panni di un killer spietato, e il bravissimo Jamie Foxx, premio oscar per “Ray” (la biografia di Ray Charles), in quelli del malcapitato tassista.

E’ un film molto teso, estremamente cupo (la storia si svolge interamente nell’arco di un’unica, livida notte losangelina), muscolare come tutti i film di Michael Mann. Giusto per capirsi, è il regista di “Heat – La sfida” con la coppia stellare De Niro – Al Pacino, “Manhunter – Frammenti di un omicidio”, capolavoro noir degli anni ’80 dove per la prima volta si affaccia sul grande schermo il personaggio inquietante di Hannibal “The cannibal” Lecter (il prof cannibale del “Silenzio degli innocenti”), per non parlare de “L’ultimo dei Mohicani”, enorme successo mondiale con Daniel Day Lewis e Madeleine Stowe.

Insomma, Mann è uno che se ne intende. S’è fatto le ossa su potenti action televisivi negli anni passati. Il suo ultimo film, uscito in questi giorni nelle sale, è “Miami Vice”, con Colin Farrell e il solito, grandissimo Jamie Foxx: versione cinematografica magniloquente e avvincentissima della serie televisiva anni ’80 con il glamour Don Johnson: la regia era sempre sua. Direi che possiamo stare tranquilli.


Ma al di là della sua indubbia perizia nel costruire film, dove azione e concetto, protagonisti accigliati da frustrazioni personali e ambienti postmoderni di enorme impatto emotivo si fondono e amalgamano alla perfezione, in “Collateral” c’è una scena da antologia.

Avvolti in una notte profonda e violacea, Tom Cruise e Jamie Foxx sfrecciano sul taxi che li porterà all’ennesimo, plateale omicidio, percorrendo una lunga e dritta strada incorniciata da altissimi palmizi. Improvvisamente, l’auto si ferma. Silenzio completo. Stasi potentissima. I due protagonisti si guardano intorno. Appaiono due lupi che attraversano la strada deserta, scesi da chissà dove. I fanali del taxi li abbagliano, rendendo fosforescenti  i loro occhi gialli. In quei due lupi, Cruise e Foxx si riconoscono e prendono coscienza di ciò che sono diventati. Homo homini lupus, declamava Thomas Hobbes nel suo Leviatano, capolavoro filosofico cinquecentesco. Non c’è più spazio per alcuna redenzione. Mani sporche. Solitudine. Glaciale violenza.

Due lupi sulla strada. La notte fonda. E “Shadow on the sun” in sottofondo. Se non è genio questo…
Un abbraccio,
L.
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giovedì, 26 ottobre 2006
QUESTA NOTTE
(nel video: "Ludovico Einaudi - Questa notte, da "Le Onde" (Luca)")


dedicato a Cecilia

Qualche giorno fa Cecilia, una recente amica di blog, mi ha chiesto se potevo suonarle questo brano. Si tratta di "Questa notte", tratto dal ciclo pianistico "Le Onde" di Ludovido Einaudi. Per quanto mi riguarda, è la prima volta che approccio concretamente questo autore, dopo averlo ascoltato per anni. A differenza di Giovanni Allevi, che invece ho affrontato sin da subito.

All'orizzonte di questo brano spuntano i numi tutelari del minimalismo contemporaneo, soprattutto d'area americana o comunque anglofona: Philip Glass (ricordate il primo dei Glassworks che ho postato qualche mese fa?), Terry Riley, Steve Reich, ma soprattutto il Michael Nyman di "Lezioni di piano" o il Wim Mertens di "Struggle for pleasure", entrambi capostipiti di una variante tutta europea di tale corrente musicale.

Cellule tematiche brevi e ampiamente reiterate, lente trasformazioni ritmiche, rese quasi invisibili dalla lunga gradualità della metamorfosi che le investe. Il piano è uno strumento che si adatta molto bene alle sperimentazioni musicali del minimalismo, corrente musicale tra le più interessanti e feconde dell'avanguardia musicale contemporanea: il CD "Le Onde" di Einaudi lo dimostra pienamente.

Un abbraccio,
L.
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domenica, 22 ottobre 2006
RELITTI
(on air:"E.Elgar - Larghetto from Serenade for strings op.20")




Il miracolo a cui ho assistito ieri sera al Teatro delle Muse di Ancona è di quelli ardui da spiegare a parole. Posso solo provarci. Un meraviglioso concerto, suddiviso in due parti: nella prima, la percussionista scozzese Evelyn Glennie, sorda dalla nascita, insieme alla London Chamber Orchestra, ci ha deliziato con alcune trascrizioni per strumenti a percussione e orchestra da Vivaldi, Schmidt, Corelli. Un fenomeno della musica e della natura: utilizza tutto il corpo, percepisce le vibrazioni dal palco attraverso i piedi nudi. E i suoi vibrafoni, tubular bells, cimbali e via dicendo rispondono, incredibilmente intonatissimi, alle sue acrobatiche evoluzioni gestuali. Dovesse capitare nella vostra città, fate di tutto per non perdervela. Vi rimarrà impressa a lungo, nella memoria e nello spirito. Una donna straordinaria e un'artista fantastica.

Nella seconda parte, il cielo si è improvvisamente dischiuso sulla giovanile Sinfonia n.10 di Mendelssohn ma soprattutto sulla Serenata per archi in Mi minore op.20 di Edward Elgar, un altro di quei compositori che dicono poco ai meno pratici di musica classica, uno di quei "relitti del XIX secolo”, come sono stati definiti lui, Rachmaninoff, Sibelius, Delius, Barber, Godowsky, etc., che io adoro con tutte le forze e che mi sembrano portatori di un messaggio eroico di indissolubile legame con la tradizione e la buona, sana, “vecchia” musica ottocentesca.

In sottofondo ascoltate lo straziante secondo tempo della Serenata di Elgar, e ancora adesso, risentendola per l’ennesima volta (l’ho scoperta da adolescente, tappeto sonoro di innumerevoli fantasticherie giovanili), vibro ad ogni nota, lungamente sospirata e lucidissimamente ponderata, nel CD che possiedo, dalla immensa Philarmonia Orchestra diretta dal compianto Giuseppe Sinopoli, morto troppo giovane. Ieri, la London Chamber Orchestra me l’ha scagliata addosso senza pietà, e rieccomi ancora una volta lì, gli occhi lucidi, la bocca serrata, i pugni stretti a contenere l’immensa soavità e bellezza di questo brano tra i più eseguiti in Inghilterra (e si può capire, visto e considerato che Elgar è il compositore nazionale per eccellenza in Gran Bretagna). Un canto impietoso, impudico, di lancinante malinconia, ma una malinconia serena, intima, rappacificata col Mondo intero.

Dal minuto 4’:30’’ in poi, sino alla fine, ragazzi miei, si vola, si trema, e gli archi, singhiozzando, dispiegano tutta la loro forza elegiaca e il loro volume sonoro per declamare quella che è stata definita come una delle melodie più belle di tutti i tempi.

Buon ascolto, e buona domenica, un abbraccio.
L.
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giovedì, 19 ottobre 2006
IL TEMPO PER ME
(on air: "B.Joel - She's always a woman")



Il tempo per me stesso, ultimamente, è ridotto al minimo. Di conseguenza, anche quello per i blog, compreso il mio. Al lavoro rasentiamo il delirio, venerdì della scorsa settimana sono uscito dall’ufficio all’1:30 di notte dopo 16 ore di stress quasi ininterrotto. Tutto ciò mentre a casa la risistemazione del bagno toccava l’apice, trasformando la sala in un campo profughi e il cesso in un bugliolo turco. No, decisamente non è stato un buon momento, ma finalmente pare che ne sto venendo fuori. E’ dura, ma comincio ad intravedere un po’ di luce.

Mi guardo nel patchwork di foto lì in alto. Mi domando dove sono finito, chi era quel marmocchio sorridente accanto al suo babbo. E’ sparito, o se ne è rimasto qualcosa, temo sia seppellitto sotto strati geologici di disinganno. Il che non è un buon presupposto per affrontare nel migliore dei modi gli anni a venire. Scusate, stasera butta male. Ma neanche tanto.


Da ieri questa canzone è entrata ufficialmente nella hit-parade delle mie preferite. La dedico a tutte voi. Dico “tutte” perché questa canzone parla di donne. A Nildea, che ieri mi ha tolto il fiato con un post in cui attualmente mi rivedo come in uno specchio. Ma anche a Socia, che mi tira sempre le orecchie perché non mi decido ad iscrivermi alla SIAE. E a Chiara, per il suo lavoro cominciato da poco ma già in pieno fermento. A Ross, per l’affetto che mi dona ad ogni commento e per i giorni splendidi spesi insieme. Ad Amalia, che usa il suo blog come un taccuino Moleskine, riempiendolo di poesia e suggestione. E a Perlina, che regala sempre spunti di riflessione estremamente interessanti. E ad Alma la Poetessa, per l’umanità che traspare da ogni post. E ad Anna, che lego indissolubilmente alle mie adorate Dolomiti. E a Sam, per la profondità che cerca negli altri e in se stessa. E a Narcy, per l’intelligenza, la simpatia e la sensibilità che dimostra sempre. E ad Artuccia, per la passione che mette in ciò in cui crede. Ed a Haidee, la moretta. Corinne, Cocc, Martina, GeumYa, Stregatta, Nocetta, Will. E a DolceMenteAspra, Manu, PassaggiSegreti, Luna, Flavia, Gisella. E ancora a TheHours, Cybilla, Ilallallero, DaAQui, Lisa, Rosy, Katia, Tinkina, Maya, Clara …e l’elenco sarebbe da terminare ma estendo per contiguità e identità di affetti.

Insomma, a tutte le donne con cui, in un modo o nell’altro, sono venuto a contatto, a partire dalle mie nonne e mia madre, per continuare con le amiche più care, fino alle ragazze che ho avuto la fortuna di stringere. La bellissima “She’s always a woman” cantata dall’immensa voce di Billy Joel è per tutte voi.

Un abbraccio,
L.
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giovedì, 12 ottobre 2006
IL SOCCOMBENTE
(on air:"J.S.Bach - Theme and 1st variation from Goldberg Variations (Glenn Gould)")



dedicato a Sonicgirl, o meglio, Lady... ;-)
“Glenn non ha mai suonato una nota senza accompagnarsi con il canto, pensai, non è mai esistito un altro pianista con questa abitudine. Della sua malattia polmonare parlava come se fosse la sua seconda arte. Nello stesso periodo abbiamo avuto la stessa malattia che poi ci è rimasta, pensai, e ultimamente anche Wertheimer si è ammalato della nostra malattia. Ma Glenn non si è rovinato a causa di questa malattia polmonare, pensai. Ciò che lo ha ucciso è l’assenza di vie d’uscita in cui lui stesso si è cacciato suonando per quasi quarant’anni, pensai. Lui naturalmente non ha smesso di suonare il pianoforte, pensai, mentre io e Wertheimer abbiamo smesso di suonare il pianoforte in quanto non lo abbiamo trasformato in una mostruosità come Glenn., che da questa mostruosità non si è più tirato fuori non avendo mai avuto la voglia, in effetti, di tirarsi fuori da questa mostruosità.”

[da "Il soccombente", di Thomas Bernhard - uno dei libri più belli che abbia mai letto]
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domenica, 08 ottobre 2006
JEWELS
(nel Video: "F.Chopin - Nocturne op.48 n.1 (Luca)")


Nonostante io abbia altre preferenze (Schumann, Schubert, Brahms, Rachmaninoff…) e non sia mai stato un suo fanatico ammiratore, Fryderyk Chopin è e rimarrà sempre uno dei più grandi geni della storia del pianoforte e, più in generale, della Musica. Non sto qui a ripetere le motivazioni che mi hanno portato negli anni a fare questo tipo di selezione, ne ho già discusso rapidamente in un vecchio post, e cmq non interesserebbe a nessuno.

Di sicuro, al di là di ogni clichè sorto intorno alla sua figura di musicista realmente tormentato e sofferente, e di una convenzione formale entro cui le interpretazioni chopiniane sono state relegate, in lui si trovano tecnica (spesso anche fortemente spinta verso un virtuosismo impietoso e di complessissima realizzazione) e sostanza musicale eccelsa. Quest’ultima è ciò che connota lo Chopin più sperimentale ed è uno degli aspetti forse meno popolari del musicista franco-polacco che amo maggiormente.

Di lui ho sempre adorato le opere tarde, quelle dove al facile sentimentalismo delle prime pagine ha opposto una maggiore ricera armonica collegata ad una sperimentazione delle possibilità offerte dalla tecnica pianistica di quegli anni (1830 – 1840). Quelle opere insomma per cui, diciamocelo chiaramente, è davvero passato alla storia. Per fare un esempio, tutti, ma dico proprio tutti, anche i meno competenti e i più digiuni di musica classica, hanno sentito almeno una volta il suo Notturno op.9 n.2 (potete ascoltarlo qui, nell'esecuzione di Sergio Calligaris), ormai passato in tutte le salse, reinterpretato, eseguito fino alla nausea, maciullato in mille pezzettini di derivazione dubbia, e via dicendo.

Ma pochi dei meno esperti, in fin dei conti, conoscono il Notturno op.48 n.1, che avevo già inserito nel Radio.Blog nell’interpretazione di Daniel Baremboim, e che qui nel video invece ascoltate in una mia strimpellata (faticosa e di scarso valore). Questo è lo Chopin che adoro. La nobiltà dell’ispirazione, la qualità superiore della melodia è veramente di un’altra pasta. Massima coerenza nella scrittura, un climax emotivo da far accapponare la pelle, quel finale da cui si sprigiona un volume sonoro incredibile. Ti senti letteralmente avvolto dalla passione, quella stessa passione da cui Fryderyk dev’essere stato colto nel comporre questo immane gioiello.

[quante volte da bambino ho sognato di suonare questo brano, ascoltandolo eseguito da Arthur Rubinstein, forse nell’esecuzione più bella in assoluto…]

Buon ascolto, e buona domenica
L.

PS: i prossimi giorni passerò di rado, temo: lavori in corso a casa mia…
Postato da lucamadeus alle 14:45 - Permalink
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martedì, 03 ottobre 2006
MORE TO SEE
(on air: "Canto di Lectilia (Trad. della Tanzania)")
(on air: "J.Elias - Aquos (More to see)")

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Grazie a Primula, che me l'ha fatta conoscere proprio stasera, ho inserito quella
che considero la vera colonna sonora di questo post: si tratta di un canto
tradizionale della Tanzania intitolato "Canto di Lectilia". In questo sito
potete trovare qualche informazione in più sul brano
(pochissimo, a dir la verità...)

Grazie, Primulina, un dono che non dimenticherò
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Poco propenso a segnare i giorni. Ad investire in una piena consapevolezza del Tempo che passa. Anzi, onestamente meno ci penso e meglio è. Voglio dire, è inutile agitarsi tanto in spasmodiche accumulazioni di esperienze: onesti con se stessi, e tanto basta. Forse il segreto sta proprio in questo: mentirsi il meno possibile e navigare a vista.

Qualche sera fa sono incappato in fugaci apparizioni da un passato ormai piuttosto remoto, appartenente al bel periodo del Liceo ed ai primi anni di Università. Giovanna con il pancione è una visione che può veramente donarti nuova fiducia nell’esistenza. In dolce attesa è ancora più incantevole e luminosa del solito, se possibile. I grandi occhi di un ceruleo sterminato e il sorriso aperto e franco come pochi altri, ecco, questa è roba che alleggerisce l’anima nel vero senso della parola. Ti senti meglio, insomma.

Le appoggio una mano sul grembo voluminoso, accarezzandolo con tutta la delicatezza di cui sono capace. M’intenerisco al solo contatto. Poco ci manca che mi commuovo lì per lì, dannato imbecille che non sono altro.
“C’è qualcosa di nuovo qui, a quanto pare”, motteggio.
“Manca appena una settimana…”. Sorride con una grazia che non è dato descrivere.
“Sei sempre stata bellissima, ma adesso lo sei ancora di più”. Parole che sgorgano irrefrenabili, depositate da qualche parte dentro di me. Le ripesco faticosamente sfidando le leggi della gravità. Mi lancia uno sguardo di una dolcezza ineffabile.
“Ho bisogno di sentirmelo dire, non sai quanto. A volte mi sento davvero un mostro”.
Fatico a crederle.

Sorride di nuovo. Con tutto quello che ha a disposizione: gli occhi, il naso, la bocca, il collo, il seno, il pancione addirittura. Tutto. Secondo me sorride anche il maschietto impaziente dentro di lei.

L.
Postato da lucamadeus alle 23:46 - Permalink
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