ANTIBIOS
(on air: "K.Jarrett - Intro from Bregenz Concert, part I")
[in sottofondo, i primi 5 minuti del concerto che
Keith Jarrett ha tenuto a Bregenz il 28 maggio 1981]
In questo momento Jarrett mi rappresenta troppo per uscirne incolumi. Voglio dire, l’atmosfera, l’ariosità della melodia, le cose che dice in pochi minuti. Avverto ancora il bisogno di soffermarmici, altrimenti non ho scampo. Un po’ come quando ti sottoponi ad una cura antibiotica: se non la completi, rischi di stare peggio. C’è ancora un bagliore: finchè lo vedo, laggiù in fondo, non lo mollo.
Parlo sinceramente. A volte mi prende una terribile tentazione, fuggire da qualche parte, nascondermi, seppellirmi, levarmi dalle palle. So che non lascerei vuoti incolmabili. Quand’ero piccolo avevo una fissazione: vivere in un maso trentino, magari di pastorizia. Voi ci ridete, ma io non scherzavo. Ma poi, il piano? Che fine fa? O meglio, che fine faccio io senza di lui? Non posso mica portarmelo lassù. E se lo abbandonassi s’incazzerebbe. Per non parlare di come starei io.
Ultimamente, mi attraversano un mucchio di pensieri definitivi. Ho sempre pensato che non sarei vissuto a lungo, forse perché non sono mai riuscito ad immaginarmi adulto. Ci provo ancora, a 30 anni suonati. Eppure niente. Sempre quel ragazzino esile e pallido di tanti anni fa. In una perenne ricerca di stabilità, in una interminabile fase di precarietà. Una fuga continua. Se poi mi sento amato, le cose si complicano a dismisura e parte un meccanismo di autodistruzione cosciente che mi annulla nel giro di poco.
Le note di Jarrett mi si scolpiscono dentro. Sanno parlare molto meglio di me, che stasera ho fame di nulla, di vuoto, di assenza, principalmente la mia. Butta male, Keith. Buttava male anche a te mentre diffondevi la tua narrazione musicale in quella sala di Sapporo 30 anni fa? O a Bregenz nel 1981? Dicono che l’arte si generi con maggior nitore dalla sofferenza. Forse eri preda di qualche angoscia anche tu, in quei momenti. Se è così, le hai dato voce come meglio non si poteva.
L.
RESPIRI (II)
(on air: "K.Jarrett - Extract from Sapporo, part I (from Sun Bear Concerts)")
[e poi sai che succede]
succede che torni a casa la sera e hai lo sguardo appannato dalla stanchezza e la prima cosa che vedi è il tuo piano a coda che non tocchi dal giorno precedente e giri per casa procrastinando e pregustando il momento in cui entrerai di nuovo in contatto con lui e con la musica e con il vero mondo a cui senti di appartenere – poi le mani sulla tastiera a suonare la prima cosa che trovi sullo spartito e che studi ormai da giorni e giù così per un’ora abbondante e ti ritrovi esausto di note bellissime certamente ma che già conosci fin troppo bene
[e poi sai che succede]
succede che allunghi una mano su un paio di fogli stampati qualche giorno fa e abbandonati sulla coda del piano - quanta noncuranza a volte - lì dentro (sì, sorrido), lì dentro in quei due fogli pentagrammati in quei due spartiti c’è la tua salvezza di una sera, puoi tornare a respirare per un paio di minuti, leggi il titolo, “Keith Jarrett - Sun Bear Concerts – Sapporo part I”, cazzo, ma perché l’ho dimenticato lì senza nemmeno provarlo una volta? E allora mi ci metto e sin dalle prime note è estasi purissima e vengo scaraventato da un’altra parte, proiettato in un’altra dimensione, appena due minuti di musica trascritta da un folle che s’è fatto prendere come me da una specie di orgasmo musicale nell’udire le dita di Jarrett su quel pianoforte a Sapporo nel 1976, l’anno in cui sono nato e in cui le sue dita hanno toccato quei tasti benedetti e lì è scaturito il fiume
[e poi sai che succede]
succede che l’Orso ha indossato gli occhi a mandorla per l’occasione ed ha cantato le note più dolci che sapeva fracassandoti le budella senza rispetto, voglio dire, come si permette, torno a casa sfinito, rewind, e rieccomi lì, e riecco quelle note, ma io ho il cofanetto intero dei Sun Bear Concerts di Jarrett, che cazzo ci faccio qui al piano a scarabocchiarle con le mia dita incerte?
[e poi sai che succede]
succede che con cura maniacale estraggo il CD e me lo sparo tutto, il concerto di Sapporo, ed ecco quei 5 minuti scarsi di musica dal 27’ al 32’, sono quelli lì, quegli stessi che ho strimpellato prima al piano e allora mi accascio su me stesso e riprendo vita lentamente e riemergo di nuovo e capisco che la Bellezza ha ancora qualche sorpresa in serbo qualche freccia nel suo arco posso ancora stupirmi ho ancora questa capacità di percepire la Vita nel suo volo più alto
riprendo fiato […]
L.
FRATRES
(on air: "Arvo Part - Fratres (Kronos Quartet)")
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Qua sotto trovate un sondaggino relativo al brano di Arvo Part, è rapidissimo, basta solo scegliere l'opzione desiderata e cliccare su "Vote", mi farebbe piacere avere un vostro giudizio...
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questa magnifica foto e la successiva sono di PrimulaPaziente
Il brano che ascoltate in sottofondo esercita su di me un potere irresistibile. Si tratta di
“Fratres” di
Arvo Part, nella eccelsa esecuzione del
Kronos Quartet, tratta dal CD “
Winter was hard”. Come preannunciavo già a qualcuno di voi, credo sia dovuto al fatto che associo questa musica ad un periodo della mia vita a cui sono particolarmente legato, l’adolescenza. Non sto qui ad approfondire il discorso, non fregherebbe a nessuno, giustamente.
Se potete e volete, prendetevi 10 minuti della vostra vita e concentratevi su questi suoni di un incanto siderale. Non c’è molto da fare: bastano un paio di cuffie, il volume abbastanza alto (all’inizio la musica sembra quasi sussurrata dagli archi) e il raccoglimento di una notte, stellata o nuvolosa che sia. E una cosa fondamentale: gli occhi chiusi.
Arvo Part, 71 anni, estone, è reputato uno dei massimi compositori contemporanei di musica “colta”. Cosa rarissima, considerato che è ancora vivente (la storia insegna, purtroppo, che la grandezza di un artista viene solitamente riconosciuta dopo la sua morte). La sua tecnica compositiva, da lui definita
“tintinnabuli”, è molto caratteristica e
qui è spiegata abbastanza bene, per chi volesse sviscerare.
Per quanto mi riguarda, ascoltare
“Fratres” e vedere superbe immagini come queste, raffiguranti le “mie” adorate Dolomiti, è qualcosa che va al di là di una comune esplicazione verbale. Non si può dire. Probabilmente è qualcosa che ha a che fare con l’Infinito. Con l’Aldilà. Con un Mondo che è al confine tra Reale e Irreale. Mi ci immergo, sospeso tra ricordi d’infanzia, sublimi impressioni, intuizioni paniche. Mi ci perdo, senza più cognizione del tempo e dello spazio.
[ieri pomeriggio]
mi ritrovo disteso nel letto, senza forze, in preda ad uno smarrimento che, presumo, ha radici profonde ma che, latente e silenzioso, riemerge di tanto in tanto quando sto male anche fisicamente, saranno tutti gli antibiotici che sto assumendo per debellare questa stramaledetta otite che mi perseguita da giorni, sembrava sparita, e invece rieccola, ma non è lei la causa, non è lei, è una debolezza che da corporea diventa spirituale, una spossatezza, un deperimento, quando ti senti schiacciato da forze superiori, quando anche muovere i muscoli di un dito diventa un’impresa, quando non sai che cazzo ti succede, insomma, mi ritrovo nel letto, come dicevo, e dormo un sonno pesante, profondo, mi risveglio in uno stato di semincoscenza, rimango immobile per almeno mezz’ora, gli occhi vagano, sono alla deriva, ma pian piano riprendo vita, mi pare una resurrezione ancora più snervante del riposo, non sto male, o per lo meno non nel senso classico del termine, anzi, vorrei rimanere così a lungo ma so che sarebbe peggio, allora mi forzo, cerco di alzarmi, mi ritrovo seduto e scompare tutto, pericolosamente in equilibrio su di un filo esilissimo, sottile e inconsistente, mi puntello, mi raddrizzo, ci provo, ci sono, ci sono ancora, esisto, resisto
rieccomi al Mondo […]
L.
COLORS
(on air: "M.Davis - Blue in Green (from Kind of Blue)")
Poche cose mi fanno vibrare come “
Blue in Green”, terza traccia dell’album-capolavoro del 1959 “
Kind of Blue” di
Miles Davis. Un’eleganza miracolosa. Ultimamente è un ascolto quasi esclusivo. La mattina è la prima cosa che sento salendo in macchina, la sera l’ultima prima di andare a dormire.
Poche cose mi fanno vibrare come l’entrata del sax di
John Coltrane al minuto 2’:27” circa. Quella frase iniziale di poche, calde note insufflate pacatamente è quanto di più magico possa capitare di sentire dopo una giornata di fatiche e tensione.
Sì, sono pochissime le cose che mi fanno vibrare come la chiosa finale del piano di
Bill Evans, il fraseggio avvolgente, la tessitura armonica ricchissima in quel breve, quieto smarrimento solistico conclusivo (supportato da meravigliose note fantasma suggerite dall’arco del contrabbasso). Un’anima che si placa, dopo la dolorosa tromba di
Miles.
da sx: John Coltrane - Julian "Cannonball" Adderley - Miles Davis - Bill Evans
Intro di Bill Evans
Solo di Miles Davis (I)
Breve excursus di Bill Evans (I)
Solo di John Coltrane
Breve excursus di Bill Evans (II)
Solo di Miles Davis (II)
Epilogo di Bill Evans
Massimo raccoglimento. Buon ascolto, un abbraccio
L.
PURO SUONO
(nel video: "Vladimir Horowitz interpreta lo Studio op.8 n.12 di Alexander Scriabin)
Chiara, grazie davvero di avermi chiamato in causa nel tuo ultimo post (anche se così facendo mi assegni un credito eccessivo… :)). Mi fornisci uno spunto interessante per dire due parole in merito al grande
“Volodja” (com’era soprannominato
Vladimir Horowitz).
Il video che citi e che ti ha entusiasmato tanto credo appartenga alla fine degli anni ’60, che seguono il periodo d’oro del Maestro (anni ’30-’50). La “
Carmen Fantasie” su temi della
Carmen di
Georges Bizet, un brano di difficoltà tecnica inconcepibile che fa appello a doti di atletismo inusitate, è roba sua. Ne esistono diverse versioni, perché aveva l’abitudine di operare alcune modifiche nell’atto stesso dell’esecuzione, a seconda di come gli girava al momento. Gli spartiti del brano circolano tra gli appassionati di rarità sulla base di trascrizioni che dei
folli hanno realizzato a partire dalle registrazioni audio e video.
Mi pare che la potenza di suono, la maestria tecnica e la padronanza della tastiera, nei salti, nelle ottave spezzate finali, nei bi/tricordi rapidissimi della sezione centrale saltino agli occhi di tutti. Eppure, se ti dico che l’Horowitz degli anni precedenti
era anche più impressionante, mi credi? Al di là delle leggende, che non ho mai amato granchè ma che contengono sempre un fondo di verità (giusto come esempio, pare che
Rachmaninoff stesso, dopo averlo sentito eseguire negli anni ‘30 il suo splendido e tecnicamente infame Terzo Concerto per piano e orchestra op.30, non abbia più voluto metterci le mani…).
Ma Horowitz non era solo velocità, destrezza, virtuosismo. Era anche e soprattutto
SUONO. Un suono che raramente si è sentito. Ed era
ESPRESSIONE portata ai massimi livelli. Ecco, il punto credo sia questo: era
TENSIONE EMOTIVA,
era trascinamento verso il baratro, giocare sul filo di lana, da una parte la sicurezza di ciò che si è studiato per ore, giorni, mesi, anni, e dall’altra il rischio, buttarsi a capofitto nell’ignoto verso cui ti porta l’onda emozionale del momento. Lui ci provava, aveva questo coraggio immenso di andare oltre il conosciuto, oltre le colonne d’Ercole dei propri limiti (quasi inesistenti) per seguire l’arte nel pieno, vero senso della parola: mollare le redini per un momento, e cadere nell’estasi.
Propongo quest’altro ascolto. Ciò che intendo, qui è esemplificato
in un modo sconvolgente. Nel video, Horowitz esegue lo
Studio op.8 n.12 di Alexander Scriabin. L’ha scolpito per sempre. Non credo esista un’esecuzione più scioccante, più coinvolgente di questa. Non esagero se dico che le lacrime mi sgorgano inspiegabilmente, a fiotti, ogni volta che lo ascolto. C’è qualcosa di soprannaturale, letteralmente, soprattutto in quel dannato, pazzesco CLIMAX emotivo verso la fine, che sembra non voler finire mai. Un volume sonoro sbalorditivo. Una potenza tellurica. Leggendario, solo questo si può dire. Questo è l’Horowitz che dicevo.
Un abbraccio, e buona visione/ascolto
L.