Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
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7.03.2001
MANI (nel video: Bill Evans, "For Nenette" (Luca)")
"mi piacerebbe vedere le tue dita mentre suoni... curiosità puramente estetica la mia, ma le dita dei musicisti che vivono un brano mi hanno sempre affascinato..."
FOR NENETTE, FOR SONIA (on air: "B.Evans - For Nenette (Luca)")
I giorni trascorrono, scivolano via. Mi alzo la mattina e non faccio in tempo a girare la testa che è già sera. Lunedì ho avuto l’ultimo giorno di corso prima della pausa agostana, si riprenderà a settembre. Belle persone, i miei colleghi. Non avrei mai pensato che mi sarebbe dispiaciuto non rivederli per un intero mese. Che avrei guardato ad ogni lunedì, da diverse settimane a questa parte, con entusiasmo. Cosa mai successa in vita mia, a dire il vero, dato che ho sempre odiato i lunedì. Potere delle buone compagnie. Non finirò mai di stupirmi.
“For Nenette” di Bill Evans interviene a soccorrermi laddove le parole scarseggiano (sensazione sempre più frequente, purtroppo). In questi giorni l’ho suonata spesso, solo il tema, niente improvvisazioni. L’ho suonata avendo in mente loro, i miei compagni. Avendo in mente qualcuno in particolare, anche. Avendo in mente, diciamocelo, una ragazza tondetta e paffuta, Sonia, dal viso che mette buonumore e di una simpatia contagiosa. La compagna di un ragazzo fortunato, a quanto so. Gli occhietti a mandorla che scappano con la stessa velocità con cui ti scrutano a fondo quando ti parla. Li socchiude e arriccia il naso, quando ride di gusto. E quella coda nervosa e arruffata di capelli rossicci sempre in movimento. Non finirò mai di stupirmi, già.
“For Nenette”, che melodia. Che brano immenso, infonde calore, ispira una quieta consapevolezza che la vita ti riserva sempre delle sorprese. Anche quando credi che il gelo ti stia cristallizzando l’anima. Quando il letto del fiume affiora alla superficie e pensi che non ci sia più spazio utile per tuffarti. “For Nenette”. Sorrido serenamente a quella consapevolezza, a quel calore. Anche se non sono propriamente giorni sereni. Ma intravedo un fuoco lontano che arde nell’oscurità. O forse me lo immagino soltanto. Ma...eh sì, proprio così: non finirò mai di stupirmi.
Ultimamente sto ingerendo dosi massicce di Bill Evans, uno dei più grandi pianisti jazz del ‘900. Difficile spiegare ciò che mi lega a lui ed alla sua musica. Probabilmente è qualcosa che trascende la musica stessa, che comprende altre sfere, la sensibilità della persona, il suo atteggiamento esistenziale, la sua profondità. Insomma, in poche parole lo adoro.
Riassumere Evans in poche parole è impossibile, perciò abdico in favore di un ascolto immediato. Quella che sentite in sottofondo è “A time for love” (non "A place for love", come ho scritto precedentemente...grazie Quoyle, e scusa il mio imperdonabile pressapochismo), un suo brano tratto dal disco “Alone”, in cui suonava da solo, senza il suo trio. Giorni fa ho trovato lo spartito, la trascrizione fedele nota per nota, comprensiva dell’improvvisazione centrale, e mi sono messo a studiarla approfonditamente. Ieri l’ho registrata ed è venuta fuori la roba che sentite.
C’è una dolcezza rassegnata che mi manda fuori di testa. Lungo l’arco dell’intera giornata l’avrò suonata una decina di volte consecutive, sempre con maggior slancio, senza mai stancarmi. A volte mi sono chiesto da dove provenissero certi accordi incredibili, certe armonie complesse, e quella cerebralità tipica degli introversi. Non rimane che accendersi una sigaretta e buttarsi a capofitto sulla tastiera.
IMPRESSIONI DI SETTEMBRE (on air: "PFM - Impressioni di settembre")
PFM - La Premiata Forneria Marconi nel 1972, anno della pubblicazione
del LP "Storia di un minuto", contenente "Impressioni di settembre"
Un pugno nella sabbia degli anni ’70, questa meravigliosa “Impressioni di settembre” della mitica Premiata Forneria Marconi, gruppo storico del Rock Progressive italiano. Il ritornello puramente strumentale in cui la batteria dell’immenso Franz di Cioccio fa sentire in maniera possente la sua presenza, è magniloquente, sinfonico, titanico nella migliore tradizione progressiva. I King Crimson sono vicini, gli orizzonti si aprono paurosamente tra robustissimi riffs e i synth che sanno di nuovo espressionismo.
Uno dei rari esempi di musica italiana veramente internazionale. Forza d’urto sonora e niente sentimentalismi: qui si vibra sul serio.
Un abbraccio,
L.
Premiata Forneria Marconi (PFM)
Mogol - Pagani - Mussida
(1972)
Quante gocce di rugiada intorno a me
cerco il sole, ma non c'è.
Dorme ancora la campagna, forse no,
è sveglia, mi guarda, non so.
Già l'odor di terra, odor di grano
sale adagio verso me,
e la vita nel mio petto batte piano,
respiro la nebbia, penso a te.
Quanto verde tutto intorno, e ancor più in là
sembra quasi un mare d'erba,
e leggero il mio pensiero vola e va
ho quasi paura che si perda...
Un cavallo tende il collo verso il prato
resta fermo come me.
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
respiro la nebbia, penso a te.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso.
No, cosa sono adesso non lo so,
sono solo, solo il suono del mio passo.
e intanto il sole tra la nebbia filtra già
il giorno come sempre sarà.
PS: stasera vedo di rispondere ai precedenti commenti, scusate ma in questi giorni non sono stato quasi mai a casa e da venerdì avrò circa 8 ore di sonno alle spalle... -______-'''
I DUELLANTI (on air:"H.Blake - I Duellanti, colonna sonora")
Quello di cui parlo stasera è un film epico, “I duellanti”, opera d’esordio di Ridley Scott (sì, proprio quello di “Alien” e “Blade Runner”) del 1977, tratto dall’omonimo, meraviglioso romanzo breve di Joseph Conrad, uno dei miei scrittori preferiti di sempre. Due ufficiali della cavalleria napoleonica si sfidano in un assurdo e sempre interrotto duello che dura tutta la vita. Solo nella vecchiaia arriveranno alla definitiva resa dei conti. I due colossi in questione portano i nomi di Keith Carradine e Harvey Keitel.
Ferire, trafiggere, passare da parte a parte. Lo si può fare con una spada. O con lo sguardo muto e gelido di un immenso Harvey Keitel. Chiuso in un guscio autistico di insensata vendetta. Che sfocia nel gratuito, nella follia. Sino al disonore, allo smacco finale e imperituro, definitivo. Ma non c’è dubbio che il suo personaggio negativo sia il motore immobile della vicenda. Anche solo l’inquadratura finale basta a rendersene conto: lui, imprigionato in se stesso, nella propria umiliazione, di fronte ad un panorama vastissimo, il viso di pietra, dopo essere stato sconfitto irrevocabilmente. Un’immagine che rimane scolpita in maniera indelebile. Troppo intensa. Io lì non resisto, con la musica di Howard Blake sotto, così ottocentesca ed ispirata. Quell’inquadratura dice questo: hai perso, sei finito, sei vecchio, e con la tua sconfitta ti è stato dimostrato che la tua vita è stata spesa interamente dietro un vano senso di rivalsa, una inutile ripicca, vale a dire il nulla, il niente. E’ dura essere messi così di fronte al proprio fallimento.
Perdersi dietro un incubo inesistente e fare della propria vita una dannazione, rincorrendo un futile motivo. E’ un duello astratto, metafisico, perché si ingigantisce dal nulla. Si autoalimenta come un innamoramento infernale. Non se ne esce, ti avvolge in una spirale. Odiare è odiarsi. Uccidere è uccidersi. Il fascino tremendo della ferita sanguinante nel costato è solo un tentativo di approssimarsi il più possibile alla Signora Eterna, sfiorarla per assaporarne il gusto amaro. Duellare per capire di non essere già morti. Cercare la propria distruzione in un gesto inutilmente virile.
Dal genio di Conrad, un libro magnifico.
Dalla maestria di Scott, un film imperdibile.
Un abbraccio, notte
L.
*********************************************************** AGGIORNAMENTO DELLE 2:00 DI RITORNO DAL CASINO INDESCRIVIBILE PER LE STRADE DELLA CITTA' ***********************************************************
...non riesco ancora a crederci, le parole mi si mozzano in gola, una gioia troppo forte IL CARILLON DELLA VENDETTA SUONA ANCHE PER LA FRANCIA!!!
CAMPIONI DEL MONDO PER LA QUARTA VOLTAAAAA!!!!
GRAZIE AZZURRIIIIIIIIIII
IL CARILLON DELLA VENDETTA (on air: "E.Morricone - Carillon da Per qualche dollaro in più")
Beh, diciamo che è un piccolo omaggio al cinema. Un gioco impersonale: un’immagine, una musica. La scena del duello finale di “Per qualche dollaro in più”, by Sergio Leone. Diamine, quel carillon nelle mani di Clint mette i brividi. Sta per esplodere il finimondo, e l’Indio (alias Gian Maria Volontè) sai già che è fottuto in partenza.
In quella scena c’è tutto il cinema. Stasi potente. Il tempo si ferma, non si muove una foglia. Solo le poche note di un orologino, che porta l’immagine di una ragazza. Era la sorella del Colonnello Mortimer (Lee van Cleef ), stuprata brutalmente dall’Indio. Si è uccisa ed occorre vendicarla. Mettendo da parte lo spicciolo egoismo dei ladri e dei cacciatori di taglie. Qui si parla di una ragazza che si è ammazzata dopo essere stata violentata e martoriata da uno psicotico assassino. Non so se è chiaro.
Gli occhi obliqui di Clint Eastwood e Lee Van Cleef la dicono lunga sull’esito dello scontro (che avviene in un emisfero desertico ai margini di un villaggio che sa di teatro greco). L’Indio morirà, ok, ma non è questo che importa, a nessuno. E’ la sacralità della punizione. Assaporata fotogramma per fotogramma, lungamente, senza fretta. E quel carillon, che ti gira nella testa per giorni e giorni, triste e malinconico. Perché, a conti fatti, l’Indio è morto, la vendetta è compiuta, ma non ti rimane un cazzo, niente per le mani. Nient’altro che vuoto.
Nient’altro che un carillon…e un film mitico.
Notte,
L.
COLORS (on air: "H.Goetz - Genrebilder n.1 (Luca)")
Ieri mattina ho finalmente respirato il mare, quando mi ha attraversato la netta percezione di avere la Grecia sotto casa. Che fortuna vivere in posti simili, non finirò mai di stupirmi, anche se conosco Siroloe il Coneroda quando sono nato.
Spiaggia San Michele è un lembo di costa strappata all’Adriatico, circoscritta tra due speroni lattiginosi e curvilinei di roccia del Conero. Uno spicchio di paradiso in cui non ero mai stato, malgrado le mie frequenti escursioni nei dintorni. Per raggiungerlo c’è un sentiero, serpeggiante dentro la rigogliosa macchia mediterranea che ricopre il monte. Attraverso un folto intreccio di pini marittimi, se ti allunghi tra i fusti, il chiarore di scorci sbalorditivi ti investe in un’esplosione di colori.
Una deflagrazione di elementi cromatici primari, verde, blu, bianco. Non ci sono sfumature, solo la potenza del colore in tutta la sua compattezza e integrità. Sarei capace di sostare un’intera giornata in uno di quegli angoli, da cui è possibile inghiottire a larghe sorsate una Grecia in miniatura. Quell’infiltrazione di mare tra rami, foglie aghiformi e arbusti. Poi, una volta raggiunta la spiaggia, solo immensità d’acqua, barbaglio di sole, brezza cerulea.
La sera, cena tra amici nella villa di Ale, sulle pendici del Conero. Grigliata, birra, parole. Il corpo ricede il calore del giorno, sotto la frescura sfiammante nell’oscurità del monte. Che respira, io lo sento. E’ lì, dietro di noi, sopra di noi, intorno a noi. Un cetaceo corvino ma rassicurante, placido, quieto. Una sagoma buia nel buio, rischiarata solo da un quarto di luna, a picco sul muso levigato dai secoli. Riprendo fiato dal mondo e respiro di nuovo. Respiro, ad ampie boccate.
PS: in sottofondo, lo schumanniano Hermann Goetz, di cui ho avuto la fortuna di reperire lo spartito dei Genrebilder op.13, quadretti musicali di grande intimismo e quieta dolcezza. Oggi sentivo davvero il bisogno di suonarli.
L.
....NON HO PAROLE....
di questo passo ci rimetto le penne... :-)
FORZA AZZURRIIIIIIIIIIIIIIIII
e la finale è NOSTRA!!!!!