mercoledì, 31 maggio 2006
LA NOTTE TI VENGO A CERCARE
(on air: "L. Tenco - Mi sono innamorato di te")


Non lo so. Devo fermare la musica, altrimenti non riesco a scrivere. O scrivo, o ascolto. Non riesco a fare entrambe le cose. Come non riesco a guardare i riflessi in uno specchio d'acqua e a pensare nello stesso tempo. Stamattina, tanto vento, masse di pioggia, sotto forma di nuvole umide e compatte, si spostavano rapide mulinando in aria. Creavano forme dotate di senso. Almeno per me. Ci vedevo cose, dentro. Un viso, dei capelli, delle mani. Le sue. Ero in macchina e la vedevo nella pioggia.

Per tutta la giornata, Luigi mi ha tormentato. Questa è probabilmente una delle canzoni più belle mai scritte. Non solo da lui. Intendo una delle canzoni più belle in ASSOLUTO. E’ la storia di un fallimento: tentare di spiegare l’amore. Non si può, non è dato. Ci si può forse accostare, ma penetrare fino in fondo no, è impossibile.

Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te

Ecco, già, si può solo spiegare il turbamento. L’inquietudine. La gioia tremenda che “precipita nel suo contrario […]”. Come sempre, trovi immagini insuperabili. Non mi rimane che seguire come un’ombra silenziosa la tua scrittura prodigiosa. Le vengo dietro, di nascosto. Mi racchiudo in essa, mi eclisso. Mi abbandono, mi anniento con una fiducia inimmaginabile.

Mi sono innamorato di te
e adesso non so neppure io cosa fare
il giorno mi pento d'averti incontrato
la notte ti vengo a cercare.

Ho paura di quel pianoforte, che entra alla fine della canzone. Perché lì, in quel punto, dopo la voce di Tenco, le note di quel piano sbrogliano la matassa, quadrano il cerchio, spiegano l’inspiegabile. Più di tante parole. Più di tante vagheggiamenti. Ogni nota è un proiettile che crivella un corpo già fiaccato. Gli occhi rovesciati, la fronte imperlata, la schiena al muro: sei alle corde e non vedi l’ora di affogare…hai la febbre...i brividi ti scuotono...sei perduto...
L.
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domenica, 28 maggio 2006
(on air: "R. Schumann - Variazione sinfonica (Luca)")




A lei




"[...] Ti guardo ridere, e i miei occhi si svestono del loro soffocante e insensato bianco e nero...assumono colore...a ogni tuo sorriso,a ogni tuo lampo di benessere...sempre più acceso...cresce...il colore...e il calore interno...Un sorriso mi spicca come falce sul viso...traccia il suo solco...non lo governo...Ti posso guardare indefinitamente?...da un angolo, accucciata...in silenzio..."

(da http://ireland83.splinder.com )
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venerdì, 26 maggio 2006
DANSE MACABRE
(on air: "Rach-Guenther: Polka Italienne (Luca)")

Danse macabre, by Akira Nawak

...naturalmente, il pazzo che deturpa il sublime e divertentissimo brano di Rachmaninov sono io...che poi il titolo del post c'entra come i cavoli a merenda, ma non so perchè questa Polka Italienne di Rachmaninov, trascritta da Guenther, mi ricorda le lugubri movenze di una danza macabra...

Domani e dopodomani sarò latitante, una persona a me molto cara verrà a farmi visita in Ancona e difficilmente riuscirò a collegarmi, perciò buon fine settimana a tutti quanti ed un forte abbraccio.
L.
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giovedì, 25 maggio 2006
A CLAUDIA
(on air: "G. Faurè - Romance sans Paroles op.17 n.3")


Il momento più bello di questa giornata di merda?
Parlare su Skype con Claudia, la mia più cara amica che sta a Barcellona.
Mi rendo conto che con lei ritorno bambino.
Rido immotivatamente. Mi apro a qualsiasi confidenza. Sono me stesso.
Mi ha detto che, riguardo al precedente post su di lei, le mancavano le parole per commentare. Troppa emozione. Beh, ne ho io alcune in più, per te, Claudina:
mi manchi, ci manchi.
Torna presto.
L.

PS: in sottofondo, un brano di Gabriel Faurè a cui sono particolarmente legato, essendo stato uno dei primissimi pezzi che ho suonato in pubblico. Quanti ricordi in questa semplice, aggraziata e dolce Romance sans Paroles op.17 n.3...
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martedì, 23 maggio 2006
OLTRE IL LIMITE: Nikolai Lugansky

 

Vi presento Nikolai Lugansky, uno dei giovani leoni della più recente generazione pianistica russa. Insieme a Arcadi Volodos ed Evgeny Kissin forma la triade dei più grandi pianisti del mondo intorno ai trent’anni. In questo video, Nikolai esegue un suo cavallo di battaglia, il mio amato Momento Musicale op.16 n.4 di Sergej Rachmaninoff, brano che ha già trovato in passato un interprete capitale in Lazar Berman, russo anche lui.

La clip parla da sola. Mi limito unicamente a sottolineare il piglio con cui Lugansky aggredisce la tastiera: siede piuttosto alto, gli avambracci cadono con grande naturalezza, il polso è leggero, le dita granitiche ad artigliare i tasti con la rapidità di un felino. Il volto apparentemente marmoreo nasconde una concentrazione spasmodica che si rivela in movimenti compulsivi delle labbra.
Padronanza totale della tastiera. C’è un punto, verso la fine, in cui il brano raggiunge un climax emotivo particolare. In quel punto la difficoltà tecnica è estrema, agghiacciante. Salti spaventosi di ottave alla destra, sestine di arpeggi veloci alla sinistra che spazzolano la metà bassa del piano.
Nervi d’acciaio, altrimenti basta un niente per mandare a puttane un’intera interpretazione. Basta un mignolo precipitato male, prendi due note con un dito solo, pin! (come direbbe qualcuno di mia conoscenza… ;-)) e la frittata è fatta.

Giusto per dire che Nikolai, qui, compie un miracolo di equilibrio: forza, tecnica e nervi saldi.
Buona visione/ascolto, un forte abbraccio a tutti
L.

PS: Chi non riuscisse a visualizzare il video, può andare qui:
http://www.youtube.com/watch?v=pofq1m2U4fk
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domenica, 21 maggio 2006
VEDRAI VEDRAI
(on air: "L. Tenco - Vedrai vedrai")

Da certe ossessioni ci si libera solo affondandoci. In realtà non ce se ne libera affatto, si appaga solo un bisogno di autodistruzione momentaneo. O forse non è momentaneo, se la cifra intera di un’esistenza non è mai vivere l’attimo attuale, ma ritagli di passato, o schegge di un avvenire ancora tutto da disegnare. Ancora nebuloso, incerto.

Il mio errore è sempre stato quello di caricare di un eccesso di significato cose generalmente irrilevanti. Una parola. Una speciale inclinazione del sole che mette in risalto giochi di luci ed ombre prima occultati, irreperibili. L’inquadratura di un uomo perso nei suoi pensieri. Tutte cose di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno. Come direbbe straordinariamente un mio caro amico, a volte una snervante psicomachia si svolge dentro di te fiaccandoti oltre ogni resistenza.
 
Vedrai, vedrai
Quel secondo “vedrai”, ad ogni ritornello. La voce che sembra quasi non uscir fuori. Mi immagino Luigi, una mano in tasca, l’altra in avanti come ad indicare un punto lontano e irraggiungibile. Gli occhi semichiusi. Il capo chino.

Non son finito, sai
…quasi a rincuorare, ma c’è la fregatura dietro, mi stai prendendo per il culo, lo so bene, non rassicuri proprio nessuno, perché tu per primo non ci credi. E l’hai dimostrato in maniera implacabile nella tua splendida “Un giorno dopo l’altro”.

Non so dirti come e quando
ma vedrai che cambierà
No, no, amico mio, sei troppo vago, non ti credo. Non sento nulla, non c’è spinta interiore, non c’è uno stimolo, ma solo un vago appagamento nella disperazione. Un rimandare, un procrastinare. Non funziona così.
Sai cosa sei? Un puntino autentico nel vuoto fasullo della massa.
Potessi afferrare la mia mano, dopo 39 anni di oscurità. Una stretta forte, terribilmente violenta, da farti male.
Che ti estraesse da quel buio.
L.
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mercoledì, 17 maggio 2006
ANCORA, UN FOULARD
(on air: "C. Aznavour - Ed io tra di voi")


"Romance in Paris" (di Robert Doisneau - 1950)
per saperne di più su questa magnifica foto, andate qui (grazie mille, LetterePerTe)

Confesso di non riuscire a dir tanto con questa musica nelle orecchie.
Confesso di non essere più tanto padrone di me stesso, ascoltando la voce di Charles Aznavour cantare la versione italiana di "Et moi, dans mon coin" (“Ed io tra di voi”).
Sicuramente è un brano che si compiace di un certo sentimentalismo non privo di retorica.
Eppure c’è qualcosa, nella musica, in quella progressione di intervalli di quarta discendenti…
C’è qualcosa nella voce stessa di Aznavour, uno degli ultimi grandi chansonnier francesi viventi.
In quella impostazione fortemente teatrale, recitata, tipica della canzone francese di stampo esistenzialista. Lui stesso, d’altronde, ammetteva di essere anche e soprattutto un attore (ha recitato in diversi film, compreso l'amaro "Non sparate sul pianista" di Francois Truffaut), nella sua altrettanto meravigliosa “Io sono un istrione”.
In fondo, la parte finale della canzone è pura scena, puro teatro, pura declamazione.

Anche in questo caso, come per Trenet, devo ringraziare chi me l’ha ispirata.
Un altro foulard da ricordarsi di portare con sé da Parigi.
Insieme a un biglietto: “Nous nous réunirons encore”.
L.
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martedì, 16 maggio 2006
UN FOULARD
(on air: "C. Trenet - Que reste-t-il de nos amours")


Spezzo la continuità degli ultimi post, rappresentata dalle mie barbose esecuzioni al piano, per proporre una canzone che mi sta particolarmente a cuore. E che, oggi, rileggendone il testo nel bel blog di Chiara, ha risvegliato in me una fitta popolazione di memorie sopite.
Si tratta di “Que reste-t-il de nos amours“ di Charles Trenet, cantautore francese degli anni ’40, ’50 e ‘ 60, amato da schiere di intellettuali, tra cui il grande regista Francois Truffaut.

La poesia di un tempo.
Vivere con leggerezza.
Sorridere alle malinconie.
Con un sorriso che non è noncuranza, tutt’altro, è placida consapevolezza.
Come solo i francesi sanno fare: un tondo cappello di paglia, una voce calda e intonata, un angolo di Parigi dove anche un alito di vento è carico di lirismo.
L’Arte, come il Tempo, ha il potere di sublimare un fatto negativo in un ricordo positivo.
Questa canzone è un foulard, da avvolgersi intorno al collo, la sera, mentre con passo quieto e il capo lievemente reclinato da una parte, si percorre il lungo-Senna con una rosa in mano e una donna nella mente.

Buon ascolto, un abbraccio.
L.
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domenica, 14 maggio 2006
UN EPIGONO DECADENTE: FELIX BLUMENFELD
(on air: "F. Blumenfeld - Le Soir (Luca)")

Il precedente post ha dato l’avvio ad una serie di articoli incentrati su alcune cosette strimpellate da me e incise in questi giorni di “furor registrandi” (non credo si possa dire, ma lo dico lo stesso…).

Stavolta propongo “Le Soir”, op.21 n.2, di Felix Blumenfeld. Brano particolarmente evocativo, che non lascia spazio a dubbi in merito al modello di riferimento o, se vogliamo chiamarlo così, al debito culturale: il Liszt della “Benediction de Dieu dans la Solitude”, dalle Armonie Poetiche e Religiose, oltre che (sebbene solo in parte) quello dei “Jeux d’eau à la Villa d’Este”.

Al di là della mia imperizia, tenete conto che il mio pianoforte a coda è ridotto a un colabrodo, si sono spezzate un paio di corde e gli acuti vanno accordati uno per uno. Perciò, se sentite suoni un po’ strani o striduli nella parte alta della tastiera, in massima parte è dovuto a quello.

Strana storia quella di Blumenfeld (1883 – 1931), ottimo pianista e direttore d’orchestra russo. Non ha mai goduto di particolare fortuna, e oggi è pressochè dimenticato. La mia insaziabile curiosità mi ha portato negli anni a cercare ed accumulare una grande quantità di spartiti molto rari, tra cui i suoi. E, in questo autore, per lo più accademico, epigono di altri più celebri e un poco scolastico, ho trovato cose veramente pregevoli. Una di queste è innegabilmente “Le Soir”, che appunto presento qui nel Radio.Blog: l’atmosfera sognante, il decadentismo melodico russo tipicamente occidentalizzato, la ricerca di un’eufonia un po’ fine a se stessa collocano questo pezzo e, più in generale, questo autore nel solco problematico dei compositori vissuti a cavallo tra ‘800 e ‘900. Periodo che adoro sopra ogni altro.

E pensare che un pianista gigantesco come Vladimir Horowitz, allievo di Blumenfeld negli anni di studio a Kiev, intorno al 1912, in concerto non ha mai voluto suonare nulla del suo maestro, procurandogli non pochi dispiaceri. Ma tant’è. Blumenfeld decisamente non è stato molto fortunato.

Un abbraccio a tutti e buon ascolto,
L.
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giovedì, 11 maggio 2006
RESPIRI
(on air: "S. Rach - Prelude op.32 n.11 (Luca)")


Il brano che ascoltate in sottofondo, strimpellato dal sottoscritto, è il Preludio in sol# minore op.32 n.11 di Sergej Rachmaninoff. L’ho registrato oggi pomeriggio, appena tornato dall’ufficio. E’ un brano oggettivamente meraviglioso, se ne si riesce ad avere un’idea sotto le mie dita incerte.

Ho portato a casa con me il portatile che uso al lavoro, mentre tornavo mi sono fermato ed ho acquistato il primo microfono unidirezionale che ho trovato, ho installato un programmino di gestione dell’audio, ho appeso (sì, sì, letteralmente impiccato) il microfono all’asta che tiene alzato il coperchio del piano, ed ho registrato le prime cose che mi sono venute in mente e che ricordavo un pochetto a memoria.

Ho inciso all’incirca 6 brani, compreso questo. Autori disparati, senza costrutto né logica. Pura musica fine a se stessa. Libertà totale. Di respiro e di pensiero. Ammetto che, tornando con l’idea di registrare qualcosa al piano dopo tanto tempo che non lo facevo più, le giornate un po’ grigie di questo periodo si sono rischiarate. Mi sono sentito meglio. Mentre ero in macchina, una bella sensazione si era impossessata di me. In attesa di qualcosa di concretamente positivo, che sarebbe avvenuto di lì a poco. Fare qualcosa per se stessi. Curarsi. Farsi del bene.

Ciò che ho inteso, oggi, per fare musica.
Ciò che è SEMPRE fare musica.
Un forte abbraccio, buon ascolto.
L.
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