venerdì, 31 marzo 2006
TOCCATA E FUGA
(on air: "E. Bernstein - The deep end of the Ocean")
Me ne vado per un paio di giorni. Stacco tutto, e fuggo via. Scappo.
Domani mattina, ancora lavoro, pressante e opprimente, poi di corsa a casa, doccia, pranzo, valigia (in verità, già pronta) e alle 15/15:30 si parte alla volta di Carpegna, nella villa di un nostro carissimo amico. Due giorni di relax totale, sole (si spera, almeno), camminate, escursioni, giri nei dintorni. Completamente libero da impegni e tensioni varie. Stop.
Vi lascio nelle mani di
Elmer Bernstein e della sua splendida colonna sonora per "
The deep end of the Ocean", con Michelle Pfeiffer (non un gran film, se paragonato alla partitura). Vi chiederete: come mai una musica così malinconica, visto che parti per un bel viaggetto, dove si presuppone che starai bene, dimenticando i pensieri a casa?
Perchè sono una persona pesante, ecco perchè. Una persona grigia. Ma questo l'avete già capito.
Fatte le debite proporzioni, naturalmente, un pò come
Sibelius che per descrivere un abete della Finlandia, lo fa con una musica estremamente malinconica. O
Rebikov, che di fronte ad un albero di Natale, addobbato e decorato magnificamente, scrive "
The Christmas tree", pezzo tra i più tristi che abbia mai ascoltato. Chissà perchè, eppure li capisco entrambi. Ma non so spiegarne il motivo.
Insomma, ecco...sono un pò così, perennemente inquieto, a volte in modo immotivato. Da piccolo ero capace di rammollirmi per ore di fronte ad un carillon, di quelli che li caricavi a manovella, con un pagliaccetto che dondolava al suo interno e, pian piano che la musica finiva, si afflosciava su se stesso.
Rileggendo questo schifo di post, mi rendo conto che non sarebbe comprensibile senza il sottofondo musicale.
Mi mancherete e vi penserò. Sì, certo, anche se sono solo due giorni!
Oh, checcepossofà, sò fatto così, diamine!
Un fortissimo abbraccio a tutti, buon fine settimana
Luca
PS: domattina probabilmente mi farò vivo con qualche commento nei vostri amati blog...
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mercoledì, 29 marzo 2006
SOTTO IL CIELO DI PARIGI
(on air: "I. Montand - Sous le ciel du Paris")
Stanco. Sfinito. Non tanto fisicamente, quanto psicologicamente.
Oggi mi si è abbattuta addosso un’altra legnata: entro il 14 devo preparare una vagonata di roba, scadenze troppo ravvicinate, stress ai massimi storici
. Non ce la faccio più.
Non riesco nemmeno più a rendere a parole l’angoscia che mi assale il giorno, perché, in effetti, di sera, non sto male, e cmq sono talmente rilassato che non ho la forza di pensare negativo.
Ma vi assicuro che sto a pezzi, e, quel che è peggio, che sto per crollare.
Vabbè, stasera è così…
Guardo l’immagine sopra. E intanto ascolto con voi il divino
Ives Montand che canta
“Sous le ciel du Paris”.
Un altro bellissimo ricordo di Parigi, l’ennesimo.
Ero a
Montmartre, ai piedi della magnifica basilica di
Sacre Coeur. Dove ci sono giostrine tipicamente parigine, artisti di strada tipicamente parigini, l’odore delle baguettes tipicamente parigine… Insomma, l’aria tipicamente parigina. Una ressa inaudita. Migliaia di persone.
Poi, le mie solite orecchie ipersensibili catturano un suono sopra tutti gli altri.
Un organetto, tipo bandoneon, ma più rauco, più fioco. Cerco di afferrare da dove provenga. Mi avvicino, e all’improvviso, eccolo lì, me lo ritrovo davanti: un uomo, con uno di quei cappellini di paglia, tondi, della Parigi anni ‘20/’30, occhiali scuri, maglietta a righe blu e bianche.
E canta. Canta col suo organetto. Canta “Sous le ciel du Paris”.
E’ la prima volta che sento quella canzone, ma mi rimane subito dentro.
Non l’ho più dimenticata. La gente passa davanti a me, scivola via, neanche si accorge di niente, di quello che succede, what happens. In mezzo a quella milionata di anime vaganti, mi isolo, mi emargino, mi estraneo. Sento solo quelle note. Sento quell’aria. Sento quel vento. Sento quel cielo. Magia pura. Questa è Parigi.
Mani intrecciate.
Sguardi silenziosi.
Passi leggeri.
E per culla la Senna.
Paris, I need you tonight.
Buonanotte,
Luca
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lunedì, 27 marzo 2006
C'EST L'EXTASE
(on air: "A. Scriabin - Studio op.8 n.12")
Stasera ho ripreso in mano il brano che sentite in sottofondo, eseguito magistralmente da
Vladimir Horowitz:
lo Studio op.8 n.12 di Alexander Scriabin. E’ lo studio conclusivo della serie.
Un pezzo che possiede una drammaticità incontenibile, una passione impetuosa e aggressiva, una inaudita capacità di accumulazione sonora. Potenza lirica allo stato puro. E’ anche un brano tecnicamente difficilissimo, con i suoi intervalli estesissimi alla mano sinistra, e il tema declamato ad ottave alla destra.
Ma, al di là del pezzo, oggettivamente meraviglioso, uno dei capolavori di quel grandissimo pianista che è stato Scriabin, ancor prima che compositore, mi interessa spendere due parole sull’interpretazione di
Vladimir Horowitz. Questo è uno di quei rari casi in cui l’esecuzione,
di una espressività che fa davvero spavento ed ha del mostruoso, sopravanza la bellezza stessa della musica.
E’ uno di quei casi in cui il
COME assume maggiore importanza del
COSA. Horowitz è stato uno dei più grandi pianisti del ‘900, e non era nuovo a tali considerazioni. Sotto le sue mani, la musica veniva riplasmata, acquisiva valore, attestava la supremazia del genio di chi l’ha scritta. La faceva sua con un procedimento di assorbimento intellettuale e relativa riemissione. Uno dei veri, rari interpreti del piano.
Io sono arciconvinto che Scriabin suonasse esattamente così il suo brano. Con questa esuberanza teatrale, che confina con il delirio mistico, l’estasi. Perché Scriabin era un mistico, infatti.
Uno che cadeva in trance mentre suonava, sotto l’effetto degli stupefacenti, che assumeva di tanto in tanto. L’occhio vitreo, rivoltato all’indietro, in un atteggiamento di esaltazione febbrile. L’ultimo, estremo tentativo di superare le barriere dell’umano per toccare ciò che non ci è concesso: il divino. Andare oltre, liberarsi delle catene della corporeità, spezzare i lacci che ci trattengono a terra.
Fate attenzione a ciò che succede a partire da 1’:40’’ circa: c’è da andare fuori di testa. Horowitz travalica l’umano, il possibile, per trasformarlo in materia primigenia, ctonia. Se ne frega di note sbagliate o errori tecnici vari: gli importa solo COME viene detto il tutto, come viene trasmesso. Qui sta il genio, qui il gigante della tastiera.
Salire, volare. Cadere, ferirsi. E poi ancora librarsi in aria, viaggiare.
In preda ad una febbre inesausta.
In preda all’allucinazione epilettica.
Al tormento, alla smania di un’intuizione momentanea.
All’ossessione di una musica sensualissima.
Fino alla perdita di sé, allo smarrimento.
Alla FOLLIA.
Signore e signori, ecco a voi Alexander Scriabin, eseguito da Vladimir Horowitz.
Uno dei binomi compositore/esecutore più riusciti e perfetti della storia della musica.
Buonanotte,
Luca
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domenica, 26 marzo 2006
MILLE LUCI
(on air: "F. Sinatra - I fall in love too easily")
Sto faticosamente riemergendo dai postumi di due serate consecutive, a base di chiacchiere, amici, locali e curiosi cocktails. Quattro ore di sonno non sono sufficienti per postare qualcosa di senso compiuto, ma mi costringo, in ottemperanza ad un aggiornamento che susciterà l’interesse di una mostra di vasi di ceramica cinesi, cioè pari a zero (senza nulla togliere ai vasi cinesi, s'intende...). Ma è giusto per dire: “ci sono”.
Come mi è capitato di scrivere anche per email a qualcuno di voi, temo che
Hemingway, e soprattutto il suo
“Fiesta”, mi abbia condizionato non poco, in queste recenti oscure e laboriose riappropriazioni di una propria identità esistenziale,
alla ricerca di una sia pur minima e fuggevole serenità interiore che controbilanci la non-vita infrasettimanale. Francamente, ne potrei fare benissimo a meno, e cambiando abitudini di punto in bianco, la mia vita non ne risentirebbe affatto. Ma tant’è, e indossata la maschera,
si va in scena sulla “girandola dell’essere”, come ogni giorno (cfr. “La ronde”, di Max Ophuls).
Cmq, stupidaggini a parte,
si tratta ancora di mani, anche se con maggiore nonchalance della volta precedente, e sempre con la stessa persona. E anche di un
Nostos, ma meno poetico dell'altro. Lazzi e frizzi, di una insensatezza se non altro sedante, per un paio d’ore di futilità innaffiata da un
French Connection (
uh?) che più che un brandy sembrava un beverone da centometristi. Per il resto, pura leggerezza notturna. Né più, né meno.
Ah, quasi dimenticavo: buona musica (anche in balia di amabili conversazioni che captano l’interesse in modo quasi totalizzante, le mie orecchie rimangono perennemente sensibili al background sonoro che mi avvolge, tipo vibrisse di felina memoria).
Vogliamo rimanere in tema? Allora, ci starebbe bene un classico come “
I fall in love too easily” interpretata da
“The Voice”, con quella sua voce pastosamente sognante che ti avviluppa le budella, rinfrescate dalla scorrevole brezza di un drink. Scusate la banalità, ma mi pare di trovarmi in un locale semivuoto all’ultimo piano di un grattacielo newyorkese (
Tinketta, mi farai da ciceronA? ;-)), poche luci soffuse, l’immenso
Frank on the air, cravatta allentata, una mano in tasca, nell’altra un bicchiere, a scrutare le mille luci of the Big Apple, l’alacre vita che si nasconde dietro ognuno di quei bagliori, dietro ognuno di noi,
DENTRO ognuno di noi. Vertigine pura, indagine solitaria, attesa di qualcosa che non sia una fine ma incessantemente un inizio.
My dear Frank, i fall in love too easily, di tutto questo, proprio come te…
Buona domenica,
Luca
PS: Flavione, devi stare più attento a quello che scrivi!! Ma ti rendi conto che a leggere il tuo "A presto, mein treuer Freund, fra due settimane torno a casa!" avevo un groppo in gola? :)...ti abbraccio, carissimo amico mio, a presto
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venerdì, 24 marzo 2006
ALBERI DELLA FINLANDIA
(on air: "J. Sibelius - The Sapin, op.75 (Luca)")
Certi miei automatismi esistenziali in questo periodo hanno toccato l’apice: prendi la macchina, catapultati sull’asse, inventati professore per 4 ore, ritorna a casa, suonicchia mezz’ora, mangia un boccone, ricatapultati in ufficio, lavora a 2/3 progetti contemporaneamente, ritorna definitivamente a casa.
Ho avuto la netta sensazione di compiere gesti indipendenti dalla mia reale volontà. Come se andassi avanti inerzialmente, seguendo una coazione a ripetere senza costrutto gli stessi gesti. Questo è quello che io intendo per “vita inautentica”: una vita fatta di automatismi, cioè di meccanismi involontari. Brutta impressione davvero.
Alla sera, però, questa predefinizione di atti abitudinari e insensati lascia il posto ad un altro tipo di meccanismo, questa volta emozionale, che risponde unicamente al richiamo della musica. E a quel punto, l’automatismo si trasforma in attestazione di vita, in affermazione di una volontà che ancora è presente e fa sentire la sua voce con forza.
Anche oggi, nonostante il tempo risicatissimo, un piccolo segno di vita lo voglio dare ugualmente.
La curiosità del brano che propongo (Jean Sibelius – The Sapin, op.75 n.5) risiede semplicemente nel fatto che a suonare sono io. Anche questa registrazione, come le altre mie presenti nel Radio.Blog, risale a diversi anni fa. E si sente: nel mio tocco scadente, nell’assenza di respiro melodico, nonostante la correttezza tecnica, tutte cose che poi ho cercato di acquisire con il tempo, ma che allora, ancora, ignoravo.
Cmq, il brano di per sé è uno dei miei preferiti, e fa parte di un ciclo di 5 pezzi per piano che Sibelius ha dedicato agli alberi. C’è una foto in bianco e nero, bellissima, che devo recuperare, in cui da distante si vede il compositore finlandese, già piuttosto anziano, seduto sotto una quercia enorme. Aveva un rapporto privilegiato con la natura. La “sentiva” nel vero senso della parola. La amava e la riproduceva nelle sue opere. E questo pezzettino breve, intenso e poetico ne è una prova.
Tra poco scappo, oggi ci sarà da tirar tardi e col sonno arretrato che mi ritrovo, non so fino a quando riuscirò a resistere. Ma senz’altro si starà bene.
Vi abbraccio tutti, passate un buon pomeriggio.
Luca
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mercoledì, 22 marzo 2006
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AGGIORNAMENTO DELLE 1:25
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Domani sarà una giornata lunga e intensa.
Mattina lavoro, poi di corsa a casa, doccia, un boccone veloce, giacca, cravatta e via di corsa all'università:
IL MIO MIGLIRE AMICO, FRATELLO DI INNUMEREVOLI AVVENTURE, SI LAUREA!!!!
FORZA FRANCI, sei tutti noi, andrà alla grandissima, tranquillo.
Poi la sera, CENONE E BISBOCCIA!!!! Diamine, rischia di passarmi anche la mia proverbiale e fedele "malattia esistenziale"!
UN ABBRACCIO FORTISSIMO A TUTTI, cercherò di farmi vivo in mattinata, qua e là in qualche commento.
NOTTE, Luca
RECUERDOS
(on air: "S. Rachmaninoff - Momento Musicale op.16 n.4")
S. Rachmaninoff in concerto, in una celebre foto
Ascoltando
il n.4 dei 6 Momenti Musicali op.16 del buon vecchio Rach (che sentite in sottofondo), si insinuano ricordi vivissimi. Dietro questi brani c’è una storia, che racconto brevemente, con l’aiuto di un mio vecchio diario in cui annotavo la mia vita di allora.
4 Febbraio 1997
All’Aula Magna dell’Università si svolge un concerto, dove si alternano diversi esecutori, tra cui anche io, ad una delle mie prime prove in pubblico. Tra le altre cose, suono due brani di
Franz Liszt: la trascrizione per piano dell’
Isoldes Liebestod dal “Tristano e Isotta” di R. Wagner e lo
studio da concerto “Il sospiro”. Applausi, esco ed entro un paio di volte. Ero già tornato in camerino quando il Rettore mi chiede se posso suonare un altro brano, a causa dell’improvvisa assenza di uno degli altri pianisti. Non ero preparato, ma avevo con me gli spartiti e così mi ripresento al pubblico suonando un’altra trascrizione di Liszt dal
Lohengrin di Wagner, non proprio a prima vista ma quasi. Il pubblico accoglie bene, e mi prendo una seconda sequela di battimani, del tutto inaspettata.
Torno in camerino e sulla porta mi aspetta una ragazza. Vacillo un istante, data la sua bellezza. Piccola, bruna,
due fari verdi al posto degli occhi. Leggevo sul suo volto i chiari segni di lacrime recenti. Teme di disturbare e mi dice senza tanti preamboli e sorridendo: “
Sei il primo sconosciuto che mi ha fatto piangere”. Rimango interdetto e senza parole, ma qualche segno di vita devo pur darlo. Si presenta, Alice, chiacchieriamo un po’, suona anche lei, diplomata in piano, mi lascia il num di telefono, mi saluta, crollo su una sedia. Punto. Cominciamo a vederci, viene spesso a casa mia, suoniamo brani a quattro mani: le
Danze Norvegesi di Grieg, poi Brahms, Debussy, Faurè.
Ha le mani minuscole e perennemente intirizzite: suonando a quattro mani, gomito a gomito, capita di incrociarle o sovrapporle, le mie con le sue. All’ennesima collisione, faccio una battuta, ride di gusto. Le prendo una mano, come per scaldargliela. Appoggia il capo sulla mia spalla contigua, e mi cinge i fianchi.
Ho la inequivocabile percezione di essere felice.
Giorni dopo si fa scostante, e capisco che c’è qualche problema. Vengo a sapere che ha una storia in ballo con un’altra persona. Pianista anche lui, credo. Molto problematica. E io sono intervenuto nel momento sbagliato, generando una crisi di qualche rilievo. Mai stato un competitivo, e soprattutto, allora, non ero realmente maturo per certi confronti. Seguono dei chiarimenti. Ci vediamo un’ultima volta. Mi regala un suo spartito, che reca ancora i segni delle sue annotazioni a matita: sono i
6 Momenti Musicali op.16 di Rach. Adora il
quarto, dopo averlo ascoltato dal grande
Lazar Berman, e mi chiede di leggerglielo a prima vista. Le chiedo qualche minuto per guardarmelo.
E’ un pezzo tellurico, pura energia dirompente, forza brutale, mare in burrasca, tempesta di pioggia e vento, neve e grandine, magma incandescente che erompe dalle viscere della terra, violenza e furia primigenia.
Lo eseguo, con una certa fatica. Ho le vertigini e la gola secca. Abbandono le mani sulle ginocchia. Lei è dietro di me, ma non sento reazioni, non sento nulla. Mi volto. Piange. Ci abbracciamo, a lungo e in silenzio. Se ne va.
Buonanotte
Luca
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mercoledì, 22 marzo 2006
UNTITLED(ancora Rach...)
...zzzZZZzzz.....zzzzZZZZZZZZzzzz...
La dolce e tentacolare
Sonic ha ragione.
Fare il professore di mattina, il programmatore di pomeriggio, il musicista di sera e il blogger di notte, alla lunga demolisce anche un macigno. Ma, nonostante l’immane carico di lavoro, ancora reggo. Finchè dura…
Un po’ di note sparse.Stamattina, più morto che vivo (come volevasi dimostrare…), imbocco la sopraelevata che mi rapisce ogni giorno. Come una specie di intestino d’asfalto, mi ingurgita, mi digerisce in una lunga teoria di gallerie ed infine mi restituisce al pallido sole della landa malsana dove risiede il mio luogo di lavoro abituale. Una sorta di cloaca a cielo aperto (esagero, naturalmente, per drammatizzare un po’…).
Percorso di ogni mattina. Se non che, oggi, per variare il menu, una mini rossa con gonnellina e bande bianche, lucidissima e fulminea, mi sorpassa a 140 all’ora, zigzagando tra le macchine sonnolente. Mi è venuto da pensare:
“Sarà mica Charlize Theron? Quasi quasi la seguo…”. Leggasi: ieri sera ho adocchiato
“The italian job”…
Sto studiando da qualche giorno i
24 Preludi op.11 di Alexander Scriabin.
“
Ecchemmefrega”, direte giustamente voi. No, così, era giusto per dire…Cmq, stanno prendendo forma e cominciano a venire dignitosamente. Per curiosità,
il quindicesimo lo potete ascoltare nel Radio.Blog: è in quinta posizione. Lo adoro, e dietro c’è una storia, ma stasera passo la mano.Mi si chiede di narrare la favola di Sergej Rachmaninoff. Stanotte non sono in grado di scrivere un post decente, sono a pezzi e abdico in favore di un letto. Vogliate perdonare la pausa.
Intanto, lascio scorrere ancora le note intense e potenti del buon Rach.
E’ una musica che non stanca mai, e si merita questo bis.
Notte,
Luca
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lunedì, 20 marzo 2006
E VENNE LA VERSIONE INTEGRALE
(on air: "S. Rachmaninoff - 3th mvt from Second Symphony op.27")
S. Rachmaninoff in un celebre dipinto dei
primi del '900 che lo ritrae al pianoforte
Alcuni di voi me l’hanno esplicitamente richiesto, altri me l’hanno fatto intuire, insomma… Dopo un breve scrutinio che non ha lasciato dubbi di sorta, m’è sembrato d’uopo e
acconcio (cfr.
toduzzo ;-)) esaudire un desiderio diffuso, per giunta così gradito, perciò:
da stasera quella che ascoltate è la versione integrale del Terzo Tempo della Sinfonia n.2 op.27 di Sergej Rachmaninoff.
Poche righe esplicative. L’estratto di ieri si fermava
all’esposizione iniziale del tema, che dava già l’idea della
stratosferica bellezza della musica. Ora si aggiunge
lo sviluppo centrale del brano, leggermente più mosso, inquieto che s’innalza man mano fino ad aprirsi e a deflagrare in una breve perorazione quasi gridata. Infine, la
ripresa del tema principale, dapprima sotto tono, dimessa, per sfociare nella romanticissima e magnilquente conclusione, un canto spiegato a piena orchestra, che si placa via via fino ad esaurirsi nel silenzio.
So dai vostri commenti che siete anche voi rimasti incantati da questo brano. Che, come dice giustamente
un collega competente e fratello di passione, trova un corrispettivo di pari bellezza solo nel
Secondo Movimento del Concerto per piano e orchestra n.2 op.18, sempre del buon
Rach. Tempo al tempo: verrà anche quello :-)
Equivalente al piacere di ascoltare nuovamente insieme a voi questo capolavoro assoluto, c’è solo la felicità di condividerlo con persone realmente appassionate e di constatare quanto sia stato apprezzato. Questa è una musica che marchia a fuoco chi la ascolta. Ne rimarrete segnati, e la porterete con voi a lungo, per sempre forse. Vi accompagnerà, vi scalderà, vi conforterà. Perché mi sono reso conto che avete una sensibilità eccezionale. Perciò ve la meritate tutta, dalla prima all’ultima nota. Grazie.
Un grande abbraccio cumulativo.
Buonanotte
Luca
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domenica, 19 marzo 2006
MUSICAL LANDSCAPE(S. Rachmaninoff - 3th mvt from Second Symphony op.27)
Breve sinossi sul concerto di ieri: hanno eseguito un’ouverture di
Weber, la
“Jupiter” di
Mozart e la
Seconda Sinfonia op.61 di Robert Schumann. Causa una certa mia stanchezza, all’inizio ero molto distratto e poco ricettivo. Ma con la
“Jupiter” c’è stato un risveglio spirituale. Il cui acme l’ho raggiunto con
Schumann, e non c’erano dubbi in proposito. La Seconda di Schumman, una sinfonia fantastica, nel senso letterale della parola.
Il terzo tempo interviene a sfracellarmi internamente. Non so precisamente cos'avevo ieri sera. Spossato, forse, dalla settimana uscente. Fatto sta che, al terzo tempo di Schumann, la concentrazione si rinsalda tutta in un blocco, e mi ritrovo davanti quegli archi che cantano e dilaniano le carni.
Al grande Adagio del Terzo Tempo, mi sorprendo inarcato in avanti con i gomiti sulle ginocchia. Tengo gli occhi chiusi, la testa tra i pugni serrati. Le braccia vibrano, il corpo intero è scosso da spasmi brevi e quasi impercettibili. Soffoco come posso il groppo in gola che sta per scaturire. Di fronte agli altri, sono sempre sin troppo abbottonato, mai versata una lacrima. Ma ieri il rischio c'è stato. Quando il lirismo è così accorato, così spontaneo ed autentico,
quando Schumann parla in modo così vero e genuino di se stesso e dei suoi ideali di arte, vita e poesia, parto di testa, non posso farci niente. Qualcosa mi si schianta dentro.
Ed è esattamente ciò che succede con la musica che ascoltate in sottofondo: un estratto dalla Sinfonia n.2 op.27 di Sergej Rachmaninoff. Solo che in questo caso, la suddetta sensazione è CENTUPLICATA. Per un mucchio di motivazioni che non sto qui ad elencare. Ma primariamente, per la sterminata espansività melodica. Veramente, qui Rach ha raggiunto veritici mai uditi prima. Vertici di intensità, di pathos, di calore emotivo. Anche qui, mi trattengo, ma non si contano più ormai le volte in cui, a notte fonda, ascoltandola nelle cuffie, mi sono scoperto chino sulla scrivania, la testa tra le braccia conserte, il volto solcato. Per anni, in casa mia, si è nascosto quello che si sarebbe dovuto esplicitare maggiormente. Chiusura totale verso l’esterno. Ma quando poi interveniva la necessità impellente di esprimersi, lo si faceva sbottando, esplodendo. Ecco perché, in fondo, mi sento un nevrastenico, ed ho un controllo solo parziale sulle mie emozioni.
Questo brano,
per usare una bella frase del carissimo Appassionato, è letteralmente un pezzo di me. Credo ci possiate leggere molto di ciò che sono, tra le note, facendo una certa attenzione.
Un’altra cosa: questa musica ha il potere di denudarvi, perciò occhio (soprattutto alle ragazze… ;-))Scherzi a parte: la mia impressione? Di uscirne provato, ogni volta.
La versione che propongo è solo un estratto, perché tutto il Terzo Movimento è piuttosto lungo: 14 min.
Se sentite che vi piace talmente da volerlo ascoltare per intero, ditemelo, farò in modo di caricare il brano completo. In caso, fatemi sapere.Concludo.
Cos’è questo brano, mi è stato chiesto?Forse è l’Amore stesso che si produce in musica.Un abbraccio forte, buona domenica
Luca
PS: le prossime due settimane saranno un inferno per me, perciò se vi rimane uno spazietto, sia pur piccolissimo, pensatemi :-)
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sabato, 18 marzo 2006
LE DONNE DI FEDOR
(on air: "S. Rachmaninoff - Lullaby")
Così mi piace immaginare la Nastasja Filippovna de "L'Idiota" di F. Dostoevskij
C’è un libro, e finalmente si parla un po’ anche di libri in questo bloggaccio solo musicale. C’è un libro, dicevo, di cui mi piacerebbe parlare ma non so come fare. Si tratta de
“L’idiota” di
Fedor Dostoevskij. Il problema è che se parlo di un libro del caro Dosto, poi mi tocca parlare inevitabilmente anche di lui. Allora faccio prima a dire che, in una ipotetica classifica di scrittori preferiti, se mi si costringesse con una qualche tortura a fare per forza un solo nome, un solo autore, perché ne devi dire solo uno, quello che proprio senti tuo fino al midollo…
insomma, questo autore sarebbe Dostoevskij.
Non c’è cosa che io abbia letto di lui e che non mi abbia entusiasmato in un modo pazzesco. Ho una vera e propria adorazione per F.D., c’è poco da fare. Profondissimo indagatore degli abissi umani, del sublime nell’orrido, delle redenzioni impossibili. Scrutatore come pochi della psiche umana, nei suoi lati più oscuri e controversi.
Oggi, ad un tavolo di un caffè, se ne parlava con S., un caro amico.
S.:”Straziante la scena in cui il principe Myskin, “l’idiota” del titolo, appunto, dimostra a Nastasja Filippovna, donna equivoca suo malgrado, di aver capito la sua reale natura, ancora intatta, intimamente buona e pura. E, davanti a questo riconoscimento, Nastasja non può trattenere le lacrime, dopo il suo passato inquinato dalla presenza di uomini ambigui e laidi.”
Io:”Già, davvero straziante. E quanto mirabilmente Dostoevskij rende l’affetto di Nastasja per Myskin, ricordi? Lo chiama qualcosa come “il primo vero uomo che abbia incontrato”, o qualcosa del genere. Intende dire che è il primo uomo che l’ha riconosciuta per quello che è realmente, ha capito i suoi veri sentimenti, e soprattutto ha intuito il suo bisogno di un amore innocente e sincero.”
S.:”Forse Nastasja se ne innamora teneramente, come un bambino. Perché in fondo, il principe Myskin, la cui idiozia non è altro che il sinonimo di una totale innocenza, di una purezza ed una genuinità di emozioni, non è che un bambino. Prodigio, naturalmente, perché arriva al cuore delle cose, all’intimità delle persone dritto come un colpo di pistola.”
Io:”Myskin è un puro, e Nastasja, pura esattamente come lui, anzi forse anche di più, perché è riuscita a mantenere un nucleo di candore dopo le terribili esperienze che ha patito, lo capisce al volo e se ne innamora. Ma per lei, così pura appunto, non è concepibile “sporcare” l’innocenza di Myskin con un amore che è stato insozzato da mani di uomini luridi, perciò si autoinfligge la pena peggiore per una donna innamorata come lei: negarsi l’amore. Peggio: rifugiarsi nel non-amore di Rogozin.”
S.:”Il quale, incapace di viverle accanto sapendo che non potrà mai avere il suo affetto, la uccide. La scena finale è incredibile. Nastasja giace su un letto, priva di vita, mentre Rogozin, completamente annichilito dal suo stesso gesto, viene accolto tra le braccia di Myskin, sorta di Cristo che perdona ogni abominio compiuto nel nome di un amore impossibile e irraggiungibile. Questa è una vetta psicologica assurdamente profonda.”
Io:”Vero. Le figure femminili, in Dosto, sono di una forza incredibile. Prendi la Sonja di “Delitto e castigo”, o la Grusenka dei “Karamazov”. Dedizione, amore assoluto e incondizionato, fede. Sono i personaggi realmente positivi, a fronte di uomini troppo persi nei loro abissi esistenziali, nel sondare le loro possibilità del male.”
S.:"I grandi scrittori russi…
Mentre l’occidente tramontava nella psicosi decadentistica,
Loro ci hanno dato la speranza e la convinzione che fossimo ancora vivi…"
Buonanotte
Luca
PS: Il brano in sottofondo è una trascrizione per piano di S. Rachmaninoff della splendida Lullaby op.16 n.1 di P.I.Tchaikovsky
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