martedì, 28 febbraio 2006
NOSTOS - RITORNO
(on air: "B. Evans - We will meet again")
Oggi, al lavoro, martoriato da un indefinito malessere generale, ho pensato spesso alla serata di sabato.
Non solo alle mani, non solo alla suggestione di attimi incantati. Non solo alle "contiguità avulse da tutto il resto", come scrivevo nel post precedente.
Ma anche alla strada che ci ha riportato a casa.
Alla via del ritorno. Al
Nostos, di omerica memoria.
A quella mezz'ora, venti minuti di placido acquietarsi dei rispettivi animi. Sulla strada.
Io e
conero05, cullati dalla mia auto che sfiora l'asfalto abusato della Statale Adriatica.
Mi rivedo al volante. Mentre i fari nella corsia opposta sfrecciano, scivolando nel buio.
Quand'ero piccolo, e si tornava dalle vacanze di Pasqua in montagna, nonostante le tante ore di viaggio, cercavo di tenere sempre gli occhi aperti
per non perdermi l'attimo in cui, dietro l'ultima collina, sarebbe apparsa la mia città. Vederla ricomparire improvvisamente, mentre la sua sagoma risorgeva dai crinali, era bellissimo.
Ora, anche se in viaggi ben più brevi, la rivedo nuovamente. Ma non sono più dietro, a spiare passivo l'arrivo.
Adesso sono alla guida. E la prospettiva cambia.
Ma lei è sempre la stessa: accoccolata sul mare, che respira pacifica, attendendomi prima di spegnere tutte le sue luci.
Già, le sue luci.
L'acqua regala giochi luminosi, che si muovono sulla superficie cullando la vista affaticata dal sonno.
La destra sul volante, la sinistra sostiene la testa con il gomito appoggiato alla base del finestrino. La mia abituale posizione
"da crociera".
Ripensi alla serata.
Belli, quei momenti. Riassapori le sensazioni, i giochi di mani, le dita intrecciate sono già ricordi sublimati dal Tempo.
Bello, il ritorno. La strada, diritta e scorrevole, è una costellazione di piccoli bagliori mobili. Nel
Nostos, paradossalmente
la strada è un rifugio. Una specie di
zona franca in cui vorresti sostare indefinitamente. Guardare i rapidi riverberi delle lamiere delle auto. Il rumore sordo dell'asfalto.
Sai che
l'approdo è sicuro, perciò ti soffermi sul dettaglio, ti dilunghi sull'inessenziale. Su cose che di giorno non osserveresti mai.
Bello, il silenzio. La strada, la notte.
E sulla strada del ritorno ci incontreremo di nuovo.
Buonanotte
Luca
Postato da lucamadeus alle 01:04 -
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domenica, 26 febbraio 2006
UNA MANO, NELLA NOTTE
(on air: "K. Jarrett - Kyoto from Sun Bear Concerts")
Come avrete capito, i miei post domenicali solitamente sono caratterizzati o da uno sfogo sterile e solipsistico, o da confessioni malinconiche dovute all’approssimarsi dell’imminente inizio di una nuova pessima settimana lavorativa.Oggi vorrei contravvenire a questa improduttiva consuetudine, parlando brevemente della serata di ieri. O per meglio dire, della nottata. Veramente spensierata, come da tempo non mi capitava.
Dopo una buona cena in una località di mare ad una ventina di km da qui, con un mio carissimo amico, quasi un fratello, considerati gli anni che ci conosciamo, verso le 23 passiamo a prendere una nostra amica. La quale, nonostante le rare frequentazioni, ha sempre caratterizzato felicemente ogni occasione di incontro tra noi.
Tramite l’aiuto indispensabile di un altro nostro grande amico, un altro irrinunciabile fratello di avventure, ci siamo recati ad una festa di carnevale organizzata nell’albergo in cui lui lavora. Cose in grande, con musica, maschere, e via dicendo.
La gente fluiva di continuo, finchè intorno all’una ci siamo ritrovati stipati in una bolgia festosa e vociante. C’erano due piste, ed abbiamo equamente distribuito il tempo ballando sia nell’una che nell’altra. Quanto alle maschere, sul versante femminile, ieri ho visto di tutto: vestite da micette, diavolette, poliziotte tendenti al sadomaso, cowgirls con tanto di speroni e cappelli con falde…perdonerete la mia pressochè totale noncuranza verso i maschietti.
La nostra amica è una ragazza che ha il potere di catalizzare quasi esclusivamente l’attenzione su di lei (e dire che ieri di elementi in grado di distrarre ce n’erano in quantità smisurate) per la sua spontaneità, l’allegria, il sorriso limpido, lo sguardo luminoso, gli occhi brillanti e rapidi. In quel momento, in quel posto, c’era lei e il resto non esisteva. Scompariva.
Casualmente, nel vortice dei balli, più d’una volta le nostre mani si sono incontrate. Eppure, per quanto le voglia bene come amica, non l’ho mai pensata diversamente da questo. E’ stata probabilmente la dolcezza di quella presa, la casualità di quell’evento, di quella mano nella mia, così placidamente incurante dell’atto stesso, che ha fatto sì che mi estraniassi completamente dal trambusto che ci circondava. Non sguardi, ma mani. Mi è bastato quel contatto, quella contiguità avulsa da tutto il resto. Il rumore, la calca, improvvisamente, non mi appartenevano più.
E’ successo più volte nell’arco della serata. Forse la situazione più bella è stata quando, cercando di guadagnare l’uscita (operazione invero assai difficoltosa…) verso le 3:30, attraverso i temporanei tunnel che si generavano nella massa di gente accalcata ovunque, camminando obliquamente per farmi spazio, inconsciamente ho disteso il braccio dietro di me,
non so neanche io alla ricerca di che cosa, forse della sua mano, non ancora sazio di contatti.
E l’ho trovata nuovamente. E l’ho sentita annaspare, lei stessa, cercando a sua volta, dietro di me. Ancora una presa. Ancora un contatto, ancora due mani. Dapprima la sua nella mia. Poi, come un movimento dettato da una qualche misteriosa magia, le dita stavolta si interdigitano. Sento le sue inserirsi tra le mie. Nessuno sguardo, come prima. Solo due mani, l’una nell’altra. Solo un sentirsi. Non cosa fuggevole, ma duratura. Arrivati faticosamente all’uscita, nel liberare le mani, una forza inspiegabile sembrava prolungare la stretta. Non riuscivo, non volevo. Né sentivo resistenza dall’altra parte. Le sue dita continuavano a stringere, nessun tentativo di liberarle.
Dopo averla riaccompagnata a casa, io e il mio amico siamo tornati in città. Sul rettilineo della litoranea saettano veloci i fanali delle auto, poche in verità. Il mare riflette ogni luce. Anche quelle della città, che dorme acciambellata come un gatto, intorno al porto.
Guidavo io. Nella macchina, i nostri
quieti silenzi sembravano dire
“sto bene”.
Avevo l’anima piena. Di qualcosa di indefinibile. Piena di un calore umano, di una disposizione benevola verso il mondo, verso qualunque altra cosa. Non so neanche io.
Verso una mano, nella notte.
Buona domenica,
Luca
Postato da lucamadeus alle 15:56 -
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sabato, 25 febbraio 2006
LA FURIA LIRICA DEL MARE
(on air, ancora: "A. Scriabin - Studio op.42 n.5")

Solo un modo per rendere visivamente tangibile l'effetto che produce su di me
lo Studio di Scriabin e che ho sommariamente descritto nel post precedente
Questo Studio di Scriabin è un mare in tempesta. Non c'è niente da fare.
Oggi l'ho ripreso in mano. La parte centrale, quella più lirica e fattibile, è circoscritta da un inizio ed una fine tecnicamente devastanti. Ricordo che una volta, per facilitarne l'esecuzione, l'avevo imparato a memoria. Ma i problemi rimanevano. Sono problemi legati più che altro alla gestualità: io tendo ad irrigidire troppo il braccio, quando si ha a che fare con movimenti rapidi, bruschi , accordali. Devo cercare di lasciarlo il più rilassato possibile. Rispetto ad una volta, è migliorato senz'altro. Ma ancora non basta.
Sono veramente 2 min d'inferno...
Buonanotte
Luca
Postato da lucamadeus alle 01:09 -
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venerdì, 24 febbraio 2006
ALEXANDER SCRIABIN E IL FASCINO DELLA MALATTIA
(on air: "A. Scriabin - Studio op.42 n.5")

A. Scriabin al piano in una foto dei primi del '900
La musica che state ascoltando è un brano di
Alexander Scriabin (1872 - 1915), lo Studio op.42 n.5 in do# minore.
E' il brano che mi sono messo a ristudiare oggi, dopo molto tempo che non lo facevo. E' estenuante, anche se dura poco. Tecnicamente è molto complesso.
Scriabin è un altro di quei compositori che, senza dubbio, citerei come uno dei miei preferiti.
Al di là dello stereotipo, anche qui (come per Chopin, anche se in misura molto minore, in quanto a popolarità).
Che lo dipinge storiograficamente
come un oppiomane in preda a deliri di onnipotenza e visioni mistiche, forse frutto dell'assuzione di stupefacenti.
Due mogli la cui bellezza riecheggiava per tutta la Russia. Un figlio morto giovanissimo per cause accidentali (il ghiaccio su cui pattinava si ruppe improvvisamente).
Un artista "maledetto", se così lo vogliamo chiamare.
Di sicuro, uno che scrive musica simile un pò esaltato deve esserlo per forza.
La potenza, il fragore delle onde, i flutti marini che si infrangono su una scogliera durante una tempesta.
Tutto questo mi pare realmente sprigionato da questo pezzo.
E' la musica di un
disallineato, di uno che porta sulle sue spalle il peso immane di un'epoca che sta cambiando,
che è arrivata al capolinea, che si sta disfacendo in mille pezzi.
Scriabin si è buttato a pesce nel marasma culturale di fine '800, e ci si è trovato benissimo, aggiungerei io.
Ha portato il postromanticismo alle sue conseguenze più estreme e personali.
Nervi scoperti, a fior di pelle.
Le maschere cadono e indietro non si può più tornare: occorre gettarsi a capofitto nell'abisso, pur tentando con un'ultima disperata mossa del corpo, dettata più da incoscienza che da coscienza (ma è appunto questa la voluttà che si nasconde dietro l'affogamento estatico), di attaccarsi alla prima ferita del terreno infernale che cede sotto i propri piedi.
Questa è la musica di Alexander Scriabin.
Buon ascolto e buonanotte,
Luca
Postato da lucamadeus alle 00:39 -
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giovedì, 23 febbraio 2006
IL RESPIRO DELLA MONTAGNA

Cliccate sull'immagine: si aprirà un breve filmato in Flash che ho
realizzato l'anno scorso, in piena crisi d'astinenza da Dolomiti...
Ah, una parte importante del filmato è la colonna sonora: occhio!...anzi, orecchio! ;-)
[una volta che la barra viola del LOADING è arrivata al 100%, cliccate su "Continue"]
Lassù è un'altra cosa.
Lassù, il tuo respiro si sincronizza con quello della
Natura.
Ti siedi su una pietra, in mezzo ad un prato. Potresti essere stecchito da quanto sei immobile, nessuno se ne accorgerebbe.
Davanti, le
Dolomiti.
E, per una frazione di secondo,
Tutto ti diventa chiaro.
Comprendi ogni cosa. E' una sensazione strana, vertiginosa, da capogiro, ma può capitare.
I colori sono più nitidi. Gli odori più penetranti. I sensi sembrano decuplicarsi.
Ti invade una sorta di affetto totalizzante e onnicomprensivo.
Una volta, ero Lassù.Sedevo su una pietra.Davanti, le Dolomiti.Ok, già detto.Ma quello che non ho detto......è che ho parlato con il Mondo.Buonanotte
Luca
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mercoledì, 22 febbraio 2006
LA VIOLENZA E LA PASSIONE: "IL TROVATORE", di Giuseppe Verdi
(on air: "G. Verdi - Tacea la notte placida da il Trovatore")

Sono appena tornato da teatro, dove davano
l'ultima opera della Stagione Operistica di quest'anno,
"Il Trovatore" di Giuseppe Verdi.
Ragazzi, credetemi se vi dico che è stato qualcosa di eccezionale.
Nonostante le mie
idiosincrasie verso alcuni compositori rappresentativi del melodramma italiano, tra cui anche Verdi, non posso fare a meno di entusiasmarmi per quest'opera straordinaria.
Scenograficamente complessa: tanti quadri in movimento, scene veloci e grandi spostamenti di masse. Costumi eccellenti, luci perfette nel creare l'atmosfera cupa e torbida dell'opera.
Il classico triangolo amoroso tipico delle opere dell'800 italiano diventa un meccanismo violento, impietoso e crudele.
Uno spettacolo sanguigno, forte, estremamente gotico e cupo.
D'altronde si sa che Verdi ha cambiato le regole dell'opera, con una grande iniezione di energia drammaturgica e vocale. Ha imposto nuovi ritmi, più frenetici.
Le arie e i pezzi celebri si susseguono senza un attimo di respiro e ti senti catturato nel vortice di tormentose passioni che agitano i protagonisti
in un modo che non è mai stato concepito prima di lui.
Tante le scene madri e le arie famosissime:
"Di quella pira", "L'amore è un dardo", "Tacea la notte placida", il canto degli zingari del secondo atto.
Bravissimi gli interpreti: il Conte di Luna, Azucena, Manrico (il Trovatore, appunto...anche se forse il più debole della compagnia era proprio lui).
Ma soprattutto, Leonora, interpretata da una Sondra Radvanovsky in stato di grazia.
Quella donna ha una presenza scenica da mozzare il fiato. Ed oltre che una soprano meravigliosa, è anche un'attrice coinvolgente.
Il suo viso, i gesti e i movimenti del suo corpo, incorniciato da vestiti ottocenteschi, i capelli raccolti dietro la nuca.
Una vocalità stravolgente, capace di passare da un fortissimo ad un pianissimo in pochi secondi (
in quei passaggi repentini, nel silenzio attonito di una sala gremita, senti un brivido percorrerti rapido la schiena...), mantenendo un'intonazione pressochè perfetta.
Il personaggio di Leonora è altamente drammatico: deve essere femminile, docile e risoluta al tempo stesso.
Fa parte di quella schiera di eroine ottocentesche che si immolano per il proprio amore, conservando una dignità ed una determinazione cha ha qualcosa di divino.
E soprattutto, mettendo completamente in ombra i personaggi maschili, nonostante questi siano stati concepiti come i veri protagonisti.
La Radvanovsky è stata una Leonora meravigliosa, alta, nobile, slanciata, bellissima e intensa, una principessa.
Non ci sono altre parole.
Un grande spettacolo, senza alcun dubbio.
A chiudere, purtroppo, una stagione operistica non felice.
Buonanotte,
Luca
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lunedì, 20 febbraio 2006
DESERTO D'ACQUA
(on air: "W. Mertens - Struggle for pleasure")
Oggi,
due post a distanza di poche ore l’uno dall’altro.
Bleah… Non è da me, che cerco sempre di far passare almeno uno o due giorni tra un articolo e l’altro, perché ci tengo a dare risalto ad ogni proposta musicale.
Mi spiace per Janacek,
il post precedente, che non merita davvero di essere
già liquidato come secondo. Il suo è un brano di grande poesia, soffermatevi cmq ad ascoltarlo
.
Ma ora ho bisogno di lasciarlo alle spalle.
Questa domenica ho un’inquietudine che non riesco a placare.
Ho come qualcosa che mi morde lo stomaco, e non credo sia dovuto soltanto alla previsione di una
settimana da incubo che mi attende come un leone a fauci spalancate.
Avrei bisogno di staccare la spina per un certo periodo.
Provo insofferenza per la routine, a cui in certi momenti più che in altri sento di non appartenere affatto. Impazienza, agitazione davanti ad una specie di buzzatiano “deserto dei Tartari”. Insomma, una rottura di palle generica.
Oggi è quella calma piatta che precede qualcosa, stato che detesto profondamente.
Un’apprensione del cazzo. Indefinita, diciamo.
In sottofondo,
“Struggle for pleasure” di Wim Mertens: ciò che io intendo per
“compositore minimalista di valore”.
Il suo brano contiene una
trepidazione, un
affanno che ben si attaglia al mio stato d’animo attuale.
Non so perché, ma ho sempre adorato i fari, quelli che in inglese vengono comunemente chiamati
“lighthouses”. Suona sempre tutto meglio, in inglese.
Da piccolo avevo il sogno di rintanarmi in uno di quei cosi luminosi.
Li trovo estremamente suggestivi.
Fare luce al mare.
Perché ogni tanto, forse, anche il mare si perde.
Buonanotte
Luca
PS: Se ritenete che sia il caso, buttate pure via questa merda di post, che non c’entra niente col mio blog, tralasciatelo, mollatelo.
Tornate a Janacek: lui sì che vale la pena ascoltarlo.
Postato da lucamadeus alle 00:14 -
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domenica, 19 febbraio 2006
SUL SENTIERO DEI ROVI INCONTRAI UN PICCOLO GUFO…
(on air: "L. Janacek: The little owl has not flown away!")
Forse qualcuno che segue il mio blog si sarà chiesto
perché l’ho chiamato
“Sul sentiero dei rovi”. Semplicemente, è il titolo di una raccolta di brani per pianoforte tra le più belle di tutto il ‘900.
“Sul sentiero dei rovi”, traduzione forse imprecisa dall’inglese
“On an overgrown path” ma in fin dei conti rispondente all’intenzione poetica del suo autore, è probabilmente
il capolavoro pianistico di
Leoš Janácek (1854-1928), compositore moravo di cui immagino quasi nessuno di voi avrà mai sentito parlare.
"Il “Sentiero dei rovi”, certo la sua più importante opera pianistica, è la sua amara esperienza, giorno dopo giorno, e lungo un intero anno, del veder morire la giovane e amatissima figlia Olga: di una malattia che fu appunto la quintessenza del dolore e dello spleen romantico, la Tisi. A un certo punto di quella malattia, allora senza speranza, egli scrive, e quasi grida: "...mi è incredibilmente difficile, bambina mia, sopportare l'idea della tua sofferenza..." (da Giovanni Nenna)
Nasce quindi come il diario segreto di un intimo dolore, di una tragedia personale, domestica, ma dal respiro universale, panico (nel senso greco del termine, cioè totalizzante). Anche qui, come in
Schubert, di cui Janácek riprende indubbiamente certe movenze e l’intimismo accorato, ci troviamo di fronte un’anima che parla, che ci narra qualcosa, ci racconta. E qui, l’intento programmatico è ancora più evidente e manifesto.
Dolore distillato, giorno dopo giorno, allacciato indissolubilmente al ricordo dei giorni felici. Dolore spiegato senza infingimenti, narrato il più sinceramente e genuinamente possibile, asciugato (anzi, direi “prosciugato”) di lacrime superflue. Solo una pacata, mesta sofferenza. Che si sublima nell’
Angoscia Esistenziale dell’uomo novecentesco, lo stesso narrato da
Kafka, Schnitzler, Camus.
Ogni brano, breve e compiuto in sé, ha un titolo.
Ecco quello che mi coinvolge in questa raccolta, i titoli dei brani, di un lirimo ed un’ispirazione senza pari nella storia dell’arte pianistica (in questo senso, forse solo Schumann è paragonabile a Janácek):
“Le nostre sere (Our evenings)”
“Una foglia portata dal vento (A blown-away leaf)”
“Vieni con noi (Come with us)”
ma soprattutto,
“Il piccolo gufo non è volato via! (The little owl has not flown away!)”, che è il brano che state ascoltando in sottofondo, il più celebre, e che chiude il primo libro della raccolta. La
dolente cellula tematica iniziale si ripete, alternata ad un canto più sereno di impronta chiaramente schubertiana. Questa cellula musicale di poche battute ci accompagna lungo tutto il brano, quasi ad emulare il
verso di un gufo,
che è custode della notte e testimone impassibile delle inquietudini del compositore.
Dentro casa, Olga muore.
Fuori, il piccolo gufo resta a guardare.
Resta a cantare…
Buon ascolto,
Luca
Postato da lucamadeus alle 12:50 -
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venerdì, 17 febbraio 2006
L'INNOCENZA DELLA MUSICA: FRANZ SCHUBERT
(on air: "F. Schubert - Improvviso op.90 n.3")
In questo nuovo post festeggiamo Ilaria e il suo ottimo voto ad un esame sostenuto proprio oggi. BRAVA ILA!! :)
Non sia mai che si rimanga senza un pò di buona musica dopo un esame faticoso ed impegnativo!
E' con un piacere particolare che colgo finalmente l'occasione, attesa da tempo, per proporre un altro mio
beniamino musicale:
Franz Schubert (1797 - 1828).
Schubert, ai miei occhi ed a quelli di gran parte della critica musicale, oltre che nell'immaginario popolare, incarna il ragazzo mai cresciuto, l'eterno bambino perennemente perso nella sua immaginazione, lo sguardo rivolto al cielo e il pensiero in una nube di musica.
In preda ad un'ispirazione che, a tratti, francamente, mi pare realmente divina.
Franz Schubert è il poeta del candore e dell'innocenza.
Un'innocenza solo lievemente turbata, come un mare impercettibilmente increspato da un flebile vento.
Anche in questo brano, uno dei suoi capolavori immortali, l'
Improvviso op.90 n.3 in solb maggiore, che fa parte di una
raccolta di Improvvisi tra le più celebrate di tutta la storia della musica,
il canto si dispiega sereno.
Una dolcezza olimpica, che subisce nella parte centrale del pezzo un leggero perturbamento, un'agitazione interiore.
Ma questa agitazione è circoscritta ed incorniciata da un inizio ed una fine esemplari per purezza d'ispirazione e per nitore di timbro.
E' una melodia che si staglia limpida e sorge da un tappeto di terzine morbidissime e carezzevoli.
Il "piccolo" Franz, nei suoi brani pianistici così come in certi momenti sinfonici, è capace di una
sincerità disarmante.
Di un'ingenuità e di una semplicità uniche.
Lo si ascolta, e nel nostro intimo non possiamo non arrenderci di fronte a tanta spontaneità. Di fronte ad un bimbo che ci parla e si confida.
In fondo, Schubert è questo:
un piccolo amico che ha bisogno di confidarsi. Che ci narra una storia.
Perchè è ancora un bambino.
E lo resterà per sempre.
Buon ascolto,
Luca
Postato da lucamadeus alle 16:25 -
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giovedì, 16 febbraio 2006
AD UN NONNO VIOLONCELLISTA
(on air: "S. Rachmaninoff - 3th mvt from Cello Sonata op.19")

Il brano che propongo stasera e che ascoltate in sottofondo ha
un valore particolare per me.
Non solo perchè è di
Sergej Rachmaninoff, uno dei miei compositori preferiti.
Non solo perchè è intrinsecamente un brano straordinario,
il terzo tempo della
Sonata op.19 per violoncello e pianoforte.
Ma perchè è stato uno dei pochissimi pezzi che ho suonato con mio nonno.
Il mio nonno paterno era un
validissimo violoncellista, e va da sè che devo a lui il mio amore per la musica.
Me lo ha trasmesso nei geni ma soprattutto nella passione che ha coltivato lungo tutta la sua vita e che rivedevo nei suoi occhi, quando in certi pomeriggi andavo da lui e gli suonavo qualche brano sul pianoforte verticale.
Belli, quei pomeriggi. Dopo il Liceo, dopo lo studio del latino e del greco,
la musica.
Preparavo dei brani e glieli facevo sentire.
Quegli occhi dallo sguardo spento dalla vecchiaia d'un tratto si illuminavano nuovamente.
E a volte, ascoltando, si inumidivano.
Mi manca parecchio, forse più il musicista che l'uomo. Perchè aveva un carattere difficile e scontroso. Ma a me, l'unica persona in famiglia che avesse interesse nella musica come lui, era legatissimo.
Nel violoncello della
Sonata op.19 di Rachmaninoff mi pare di risentirlo. Di rivederlo.
Il suo vibrato era sempre eccezionale. Anche da anziano. Finchè è ruscito a reggere il peso dello strumento.
Questo
terzo tempo della Sonata è meraviglioso,
incredibile, come tutte le grandi melodie di
Rachmaninoff.
L'ho suonato, ho suonato questo pezzo con mio nonno. Tanti anni fa. Già. Ci sono riuscito. Gli altri 3 movimenti della sonata erano
impraticabili a quel tempo, ero troppo piccolo e le mie mani non riuscivano a prendere certi accordi eccessivamente larghi. Non potevo.
Ma il terzo tempo, sì. Questo potevo farlo.
E l'abbiamo eseguito. Un pomeriggio di tanti anni fa. Lui era contento, soddisfatto, orgoglioso.
E' stata una grande emozione. E lo è ancora, a ripensarci. Tanto che mi si forma un groppo in gola...
Ciao, grande nonno.
Questo Rach è per te.
Luca
Postato da lucamadeus alle 00:58 -
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