Avete lasciato... *loading* orme sul Sentiero dei Rovi
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7.03.2001
Amo la musica di Sergej Rachmaninoff. Del tipo che se mi facessero la solita, banale domanda di cosa porterei su un'isola deserta, musicalmente parlando, risponderei un brano qualsiasi di Rachmaninoff, senza pensarci due volte. So di fare un torto ai colossi che naturalmente adoro, come Bach, Beethoven, l'amatissimo Schubert, per non parlare di Schumann (che ho sempre preferito a Chopin...sacrilegio!!), o Brahms che ho sempre anteposto a Liszt. E poi Tchaikovsky (o Ciaikovskij, che dir si voglia), naturalmente. Per continuare con una pletora di "scellerati decadenti", tra cui Mahler (l'adagietto dalla quinta Sinfonia, colonna sonora di "Morte a Venezia" di Luchino Visconti), il recentemente nominato Richard Strauss, Sibelius, Elgar...magnifici tutti, grandissimi.
Insomma, è difficile fare una scelta. Eppure... Beh, c'è un autore la cui musica, interamente, dalla A alla Z, alle mie orecchie acquista un valore assoluto. Tutta. Senza scarti. Ed è, molto semplicemente, un valore che scalda l'anima di chi ascolta. La musica di Rachmaninoff (che tanto per intenderci, è praticamente la coprotagonista di un film straordinario, "Shine", per chi lo avesse visto...come silvia83, che l'aveva citato in un recente commento), a mio parere, ha questo valore. Che altri capolavori, di maggior prestigio o popolarità, non hanno.
Dai 4 concerti per pianoforte e orchestra (di cui il secondo è strafamoso) fino ai brani per piano solo. TUTTO quello che ha scritto ha la misteriosissima capacità di trafiggerti e dilaniarti. Spesso, alla fine, dopo un ascolto di un suo brano, ti ritrovi con gli occhi inspiegabilmente umidi. Qualcosa ti si è mosso dentro, senza che neanche te ne accorgessi. Quel qualcosa ti è salito agli occhi. E non hai la più pallida idea di cosa diavolo sia...
Rachmaninoff (1873-1943) è stato primariamente un grandissimo interprete, un acclamato concertista di pianoforte nella prima metà del '900, ed un innovatore della tecnica pianistica moderna. Va da sè, perciò, che gran parte della sua produzione musicale l'abbia dedicata al suo strumento, il pianoforte appunto. La sua raccolta di Preludi op.23 e op.32 per pianoforte contiene pagine tra le più belle che siano mai state scritte per il piano.
Allego a questo post sconclusionato un breve file. E' una mia registrazione del Preludio op.23 n.4 in re maggiore, anche questa di qualche anno fa, sul pianoforte a grancoda di un mio amico, pianista anch'egli. E' un brano che ho suonato spesso anche in concerto e che adoro perchè legato indissolubilmente ai miei anni di studio, alla mia adolescenza, e a certi sconvolgimenti interiori che sono tipici di quei periodi così dissestati e così belli. Ogni volta che lo suono, mi sembra ci essere catapultato indietro nel tempo.
Questo post è un atto di fede e di amore verso un artista che è qualcosa di più che un semplice musicista. Senza di lui, certi colori e certe sfumature del mondo non sarei stato capace di vederle. Buon ascolto e buonanotte, Luca
CI SONO ANCH'IO, PURTROPPO IN RITARDO, PER IL GIORNO DELLA MEMORIA
Mi rammarico fortemente del mio ritardo, ma passando per vari blog mi sono reso conto di dover dare anch'io una testimonianza per il Giorno della Memoria. Lo faccio brevissimamente, e solo con un immagine, tratta da uno dei miei film preferiti, "Il Pianista", di Roman Polansky. Un capolavoro assoluto. Anche nella novità del contenuto: per la prima volta, l'Olocausto è visto attraverso gli occhi di un artista, un pianista. Un uomo, un musicista che subisce una profonda trasformazione interiore: dapprima imbelle, inetto, perennemente dipendente dagli altri, impara l'arte della sopravvivenza attraverso privazioni, dolori, che sono comunque niente in confronto a ciò che hanno patito tutti gli altri intorno a lui. La scena in cui viene nascosto in un appartamento, dove c'è anche un pianoforte verticale, non me la scorderò mai. Non potendo suonarlo, perchè rischierebbe di essere scoperto, si immagina di suonare "L'andante spianato e Grande Polacca Brillante" di Fryderyk Chopin solamente sfiorando i tasti. E il regista ci fa sentire la musica come in lontananza, ovattata, solo immaginata nella mente di Szpilman. Solo un genio della sensibilità di Polansky poteva tirare fuori dal cappello magico una scena di grandissima poesia come questa. Basta parole, solo un'immagine, che ho già postato in un commento al bellissimo ultimo post nel blog riportandotuttoacasa di silvia83.
Oggi, tornato a casa dal lavoro (il venerdì stacco all'ora di pranzo, quindi a Dio piacendo il pomeriggio sono libero) ingaggio una battaglia aspra con Sergej Rachmaninoff e i suoi Etudes-Tableauxop.33 & op.39, 15 studi infernali per pianoforte a 25 mani...(!!!). Mi siedo al piano, e già so che m'incazzerò per l'ennesima volta. Appoggio le dita sulla tastiera, prendo tempo, annaspo con gli occhi sullo spartito aperto sul leggio di fronte a me, alla solita pagina. Parto con l'Etude-Tableaux n. 10 (il quarto dell'op. 39). Sembra uno scherzo diabolico, il divertimento di un pazzo che si diverte e ride di te mentre incespichi sui tasti. Questo sembra di sentire, mentre lo suoni: che ti prende per il culo... o___O
Troppa foga, troppa violenza nel tocco. Il braccio mi s'irrigidisce troppo velocemente. Devo fermarmi. Stramaledico l'adorato "Rach"... Mi fermo un attimo. Ricomincio. Stavolta più lentamente. Va meglio, molto meglio. Peccato quelle seste del cazzo alla seconda battuta della seconda riga... Però, sinceramente, anche se si sta in apnea per tutto il brano, e ti sembra di soffocare, alla fine si prova un gusto esagerato. Stesso discorso per il terzo dell'op.33, con la differenza che con questo non puoi giocare con i tempi come con l'altro. Qui si parte lenti, ma dopo solo due battute si scatena l'apocalisse (il Presto "verminoso" che leggete qui sotto...):
Sono studi che fanno un effetto eccezionale sul pubblico. Alcuni sono lenti, ma devo impegnarmi maggiormente su quelli veloci. Ma la mia domanda è: se un giorno decidessi di suonarli in concerto tutti e 15, ci sarà qualcuno disposto a portarmi via in barella? Buonanotte, Luca
Il brano che vi propongo è un estratto dal terzo dei "Vier letzte Lieder" ("Ultimi quattro Lieder") per soprano e orchestra di Richard Strauss, intitolato "Beim Schlafengehen" ("Andando a dormire"), testo di Hermann Hesse. Per qualche informazione sul compositore tedesco (che NON è quello dei valzer viennesi di capodanno, ma quello del poema sinfonico "Also sprach Zarathustra" ripreso anche da Kubrick nel celeberrimo "2001: Odissea nello spazio", tanto per intenderci), andate qui.
Da quando scoprii questi quattro brani, ed in particolare il terzo, quello cioè che vi propongo qui, non sono stato più capace di farne a meno. Vengono momenti in cui mi sento quasi costretto a ritirare fuori il CD e a riascoltarli da cima a fondo. Soprattutto, "Beim Schlafengehen" contiente in sè un irresistibile movimento ascendente, che tende a portare verso l'alto la voce, gli strumenti dell'orchestra, e l'ascoltatore insieme ad essi.
I "Vier letzteLieder" sono considerati un pò il testamento dell'Espressionismo spirituale di Strauss, che con la sua morte nel 1949 conclude definitivamente la gloriosa stagione postromantica iniziata verso la fine dell'800. Quello che sorprende è che si potesse scrivere ancora musica così incredibile alla metà del '900, in pieno modernismo, in piena esplosione delle avanguardie musicali. Strauss era un relitto del XIX° secolo, come lo sono stati Sibelius (sì, ancora Sibelius!!!), Rachmaninoff, Elgar, e molti altri ancora. Geni che si sono trovati ad affrontare un periodo storico a cui non appartenevano. Il mondo stava prendendo altre direzioni, mentre loro si ostinavano nel culto di una bellezza ormai sorpassata, anacronistica, legata a modelli superati e vecchi. Eppure...ancora oggi, sentendo le loro musiche, percepiamo il loro profondo atto d'amore e di fede verso la Bellezza in senso assoluto: non sperimentazione tecnica, fredda, arida ma armonia, conciliazione, eufonia. Sarà musica edonistica, ma estremamente sincera. L'ultimo grido di un mondo che scompare. Buon ascolto e buonanotte, Luca
Beim Schlafengehen
Nun der Tag mich müd gemacht, Soll mein sehnliches Verlangen Freundlich die gestirnte Nacht Wie ein müdes Kind empfangen.
Hände lasst von allem Tun, Stirn vergiss du alles Denken, Alle meine Sinne nun Wollen sich in Schlummer senken.
Und die Seele unbewacht Will in freien Flügeln schweben, Um im Zauberkeis der Nacht Tief und tausendfach zu leben.
Stamattina esco di casa prima del solito per andare al lavoro. Imbocco l'asse attrezzato (lunga sopraelevata che permette agli abitanti in centro di raggiungere in pochi minuti il polo commerciale ed economico della città) ma da una lunga fila di macchine capisco che qualcosa non va: ghiaccio. "Ecco", mi dico, "ci siamo, come ogni inverno". Essendo posizionata più in alto, questa grossa arteria stradale è maggiormente esposta ai venti, che al mattino congelano tutto quello che trovano. Arrivato faticosamente a destinazione, mi viene comunicata l'orrenda notizia: dalla prossima settimana dovrò tenere una serie di lezioni agli altri dipendenti della struttura su come utilizzare un software sviluppato di recente da me e dal mio collega d'ufficio ingegnere. "CAZZO, NO!!!"... Ci siamo guardati, io e il mio collega ingegnere... Lui: "Tutto avrei voluto fare, tranne che il programmatore...ed eccomi qua, a fare cosa? Il programmatore...". Io: "A chi lo dici. Se c'era una cosa che non avrei mai voluto fare è l'insegnante...". A parte di pianoforte, naturalmente... ;-)
Torno a casa nel tardo pomeriggio. Giunto al primo piano, in attesa dell'ascensore, mi vedo davanti un bimbo (nipotino di una famiglia di condomini) che annaspa davanti alla porta dei nonni. Vorrebbe suonare il campanello. Cerca di alzarsi faticosamente sulle punte dei piedini, ma naturalmente è tutto inutile: sta troppo in alto per lui. Appena mi vede mi fa: "Tignole!" (cioè "signore", nella sua pronuncia buffa e incerta). Sono un pò incredulo, ma gli rispondo. "Dimmi" "Tignole!" (più perentoriamente...guarda che ti ho sentito, eh?!) "Dimmi, ti ascolto!" Non dice nulla ma indica il campanello col ditino. Gli occhi un pò spauriti, come tutti i bambini quando fanno una richiesta e non sanno che reazione aspettarsi. "Vuoi che ti suono il campanello?", gli chiedo. Fa segno di sì con la testa. Suono il campanello. La madre viene ad aprire e mi ringrazia sorridente, portandosi in braccio dentro casa il bimbo.
Poi mi sono soffermato a riflettere sul "tignole" del bimbo. Capisco d'un botto il perchè della mia incredulità iniziale: nessuno mi aveva ancora interpellato con un "signore", un pò come da figlio a padre, abbandonandosi con fiducia e reputandomi in grado di risolvere ogni problema. E' un segno del tempo che passa: sbaglio o sto diventando vecchio?!?.... ;-PPP Buonanotte Luca
QUANDO LA MUSICA, A VOLTE, RENDE MEGLIO DI QUALSIASI IMMAGINE
Lo spunto di questo breve post nasce più che altro da una colonna sonora. Il film da cui essa è tratta è "Il caso Thomas Crown", di Norman Jewison (1968) con Steve McQueen e Faye Dunaway. Pellicola fortemente datata, il cui interesse risiede principalmente nel fascino e nel glamour della indubbiamente straordinaria coppia McQueen/Dunaway. Ne è stato tratto un remake di recente, intitolato "Gioco a due", del 1999, con Pierce Brosnan e Rene Russo, sicuramente inferiore all'originale, eppure con quel ritmo in più che lo rende accettabile ed, in alcuni tratti, addirittura più avvincente (essendo un film sostanzialmente d'azione). Alcune scene, cmq, nel film di Jewison rimangono memorabili, come la partita a scacchi tra i due protagonisti, che si trasforma in una gara di seduzione reciproca, fatta di sguardi, gesti e movimenti calcolati fino al millimetro. Diciamo che è una commedia brillante, sofisticata ma che pecca di un certo narcisismo d fondo. Forse, ciò che stanca e rende pesante la messinscena è l'eccessiva sperimentazione tecnica: il film è infarcito di split screen e questo alla lunga annoia alquanto. Certo, si era alla fine degli anni '60, il clima era fortemente innovativo, di rottura, perciò si tendeva ad esagerare. E' un film datato, come penso sia qualunque film che trae nutrimento e ragion d'essere dalle maggiori tendenze del periodo in cui è stato girato (la moda, i comportamenti tra individui, i rapporti interpersonali e sociali). In fondo, è una pellicola che ha fatto tendenza e che ha imposto uno stile, un pò come tutti i film interpretati dal mitico Steve. Insomma, è un film elegante, girato con mestiere. Ma al di là di questo, mi pare non vada.
Tutto questo preambolo per fare da cornice ad uno degli elementi cardine del film: la colonna sonora. Bellissima musica, scritta da un veterano della canzone d'autore francese importato in America per l'occasione, Michel Legrand. Il titolo è "The windmills of your mind". E' una canzone che a suo tempo, all'uscita del film, ebbe un successo straordinario ed internazionale. In occasione del remake nel 1999, Sting ne registrò una versione molto bella e personale. Quella che propongo io qui è quella del film originale, cantata da Noel Harrison (per altro, figlio del grande Rex Harrison).
Round, like a circle in a spiral Like a wheel within a wheel. Never ending or beginning, On an ever spinning wheel Like a snowball down a mountain Or a carnaval balloon Like a carousell that's turning Running rings around the moon
Like a clock whose hands are sweeping Past the minutes on it's face And the world is like an apple Whirling silently in space Like the circles that you find In the windmills of your mind
Like a tunnel that you follow To a tunnel of it's own Down a hollow to a cavern Where the sun has never shone Like a door that keeps revolving In a half forgotten dream Or the ripples from a pebble Someone tosses in a stream.
Like a clock whose hands are sweeping Past the minutes on it's face And the world is like an apple Whirling silently in space Like the circles that you find In the windmills of your mind
Keys that jingle in your pocket Words that jangle your head Why did summer go so quickly Was it something that I said Lovers walking allong the shore, Leave their footprints in the sand Was the sound of distant drumming Just the fingers of your hand
Pictures hanging in a hallway And a fragment of this song Half remembered names and faces But to whom do they belong When you knew that it was over Were you suddenly aware That the autumn leaves were turning To the color of her hair
Like a circle in a spiral Like a wheel within a wheel Never ending or beginning, On an ever spinning wheel As the images unwind Like the circle that you find In the windmills of your mind
IL SOGNO DELLA GIOVINEZZA: "L'ATTIMO FUGGENTE", di Peter Weir (1989)
Ho poco da dire questa sera, ma ho voglia di scrivere lo stesso, perciò butterò giù due parole su uno dei film che hanno segnato la mia adolescenza ma su cui non ho mai espresso una vera e propria opinione: "L'attimo fuggente" di Peter Weir. Che Weir sia un maestro è ormai appurato da tempo, e lo dimostrano film come "Picnic ad Hanging Rock", "Gli anni spezzati", "Witness" ma soprattutto il suo ultimo capolavoro "Master & Commander". Il suo è un cinema dal respiro epico, dove la Natura partecipa attivamente alle stagioni degli eroi e alle loro umanissime problematiche. "L'attimo fuggente" è un inno alla giovinezza, ok, e parrà scontato dirlo. Eppure, il linguaggio cinematografico weiriano è capace di colpirti dritto allo stomaco, con scelte estetiche precise e coerenti. La sua grande sensibilità fa sì che lo spettatore si identifichi, per fare un esempio, con il personaggio del ragazzo tormentato e fragile che si suiciderà, ma senza mai farti perdere di vista il dramma psicologico vissuto anche dal suo peggior carnefice, ovvero il padre. E' un cinema estremamente umano, che cerca di rendere conto di tutte le dinamiche più importanti in atto. Dei sofferti sentimenti di tutti.
Indubbiamente, il fascino di questo film è dettato soprattutto da una messinscena accuratissima, a cominciare da una splendida colonna sonora (in particolare, quello straziante esordio del secondo tempo del Concerto per pianoforte e orchestra n. 5 "Imperatore" di Beethoven). C'è poi un dinamismo sotterraneo, un'energia sovrannaturale che parla ad ogni età e ogni linguaggio e che porta quel gruppetto di ragazzi sognatori e ribelli a rintanarsi in una grotta e a fantasticare di poesia.
Ma la loro non è una poesia accademica, come non lo è quella del loro professore/mentore, interpretato da uno splendido Robin Williams. Che anzi li invita ad espungere il marcio, l'artificioso dai testi di letteratura scolastici, e a tenere solo il genuino, il sincero. Si consuma così una vera e propria eresia negli stantii ed ammuffiti ambienti professorali.
"O capitano, mio capitano...", canta Whitman, poeta del sentimento panico risvegliato da un felice rapporto con se stessi e con la Natura, cantore della libertà di essere e di volere, della fede verso l'amicizia e la fratellanza. Con questo verso il "prof" Keating trasfonde i suoi ideali e i suoi valori agli alunni. Che lo trasfigurano immediatamente nella fondazione di una immaginifica Società dei Poeti Estinti.
Per quanto tempo ho sognato le avventure di questi ragazzi, il loro slancio artistico, il loro vivere per e nell'arte, la loro società segreta così ingenua e così meravigliosamente poetica. Ho visto questo film in un periodo particolarmente turbolento e intenso, avrò avuto 16 anni, mi sono innamorato per la prima volta di una ragazza che mi ricambiava, avevo un prof di storia e filosofia che, nel suo anticonformismo, somigliava moltissimo al Keating/Williams del film. Insomma, era tutto un clima fantastico. Che ormai appartiene al passato. Ma che di tanto in tanto si risveglia.
Buonanotte, Luca
O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è finito, La nave ha superato ogni tempesta, l'ambito premio è vinto, Il porto è vicino, odo le campane, il popolo è esultante,
Gli occhi seguono la solida chiglia, l'audace e altero vascello; Ma o cuore! cuore! cuore! O rosse gocce sanguinanti sul ponte Dove è disteso il mio Capitano Caduto morto, freddato.
O Capitano! mio Capitano! àlzati e ascolta le campane; àlzati, Svetta per te la bandiera, trilla per te la tromba, per te I mazzi di fiori, le ghirlande coi nastri, le rive nere di folla, Chiamano te, le masse ondeggianti, i volti fissi impazienti, Qua Capitano! padre amato! Questo braccio sotto il tuo capo! É un puro sogno che sul ponte Cadesti morto, freddato.
Ma non risponde il mio Capitano, immobili e bianche le sue labbra, Mio padre non sente il mio braccio, non ha più polso e volere; La nave è ancorata sana e salva, il viaggio è finito, Torna dal viaggio tremendo col premio vinto la nave; Rive esultate, e voi squillate, campane! Io con passo angosciato cammino sul ponte Dove è disteso il mio Capitano Caduto morto, freddato.
Ieri sera abbiamo cercato di andare a vedere "The new world", l'ultima fatica (di quasi 3 ore!) di Terrence Malick. Dico "abbiamo cercato" perchè la missione è fallita miseramente: nel multiplex della mia città dove lo davano i posti erano esauriti, o meglio era disponibile solo la prima fila, quella spiaccicata sotto al megaschermo e di fronte alle supercasse del dolby surround. Vedere un film da lì è una specie di supplizio di Tantalo, mi è già successo ed assicuro che è un'esperienza che ti cambia dentro... Perciò decliniamo, non prima, però, di aver chiesto delucidazioni in merito a "Match Point", l'ultimo di Woody Allen, con quel pezzo di figliola della Scarlett. Niente: straesaurito anche quello. Ok, non è serata per il cinema, così propendiamo "hemingwayanamente" per un locale elegante e soft nel centro città, un ambiente gradevole in cui il barman, vestito di tutto punto come se dovesse andare all'altare da un momento all'altro, shakera intrugli non ben identificati compiendo acrobazie inquietanti con i suoi coloratissimi contenitori. Una bellezza non troppo nostrana (la sua nazionalità è stata fonte di interminabili alambiccamenti tutti ingenuamente maschili...), in evidente difficoltà alla prese con il vassoio, ci somministra con un certo savoir faire alcune bombe alcooliche che nel giro di un paio d'ore ci spezzano le gambe. Incontriamo sempre lì alcuni amici, una di loro mi interpella, chiaramente ignara del mio evidente stato di alterazione psico-fisica. Riesco solo ad afferrare: "Quando fai un concerto fammelo sapere, ci terrei a venirci". "Probabilmente suonerò quest'estate, in qualche cosa di organizzato dalla struttura in cui lavoro...", blatero io senza costrutto. Fattasi una certa ora, decidiamo di archiviarci.
Oggi, invece, pomeriggio tutto musicale, di nuovo da quel mio amico musicista che, solo un paio di settimane fa, mi ha fatto scoprire e conoscere il Concerto per violino e orchestra op.47 di Jean Sibelius. Incoccio in un periodo non particolarmente felice per lui: il braccio sinistro gli da noie e di recente ha scoperto di avere alcuni problemi alla mano destra, irrisolvibili se non attraverso una totale e temporanea immobilità dell'arto. Certo che chiedere a un pianista di tenere braccia e mani immobili è un pò come la sordità di Beethoven: credo non ci sia situazione peggiore. Il caso vuole, tra l'altro, che io venga proprio questo pomeriggio a proporgli alcuni ascolti di CD e di pezzi che ho studiato in settimana, tutte cose che non fanno altro che acuire il suo stato di abbattimento nel vedersi impedito a mettere anche solo le mani sul pianoforte. La musica, cmq, spesso appiana ogni complicazione e così ne usciamo obiettivamente rinfrancati entrambi.
Fine del quadretto. Vi lascio con le parole di un regista che, durante il bel periodo del Liceo, mi ha accompagnato come un’icona votiva (sic!) e per cui ho avuto ed ho tuttora una cotta insuperabile, Francois Truffaut:
«Ho mangiato quasi tutti i giorni, ho dormito quasi tutte le notti, secondo me ho lavorato troppo, non ho avuto abbastanza soddisfazioni né gioie. La guerra mi ha lasciato indifferente e lo stesso vale per i cretini che la facevano. Amo le Arti e in particolare il cinema, ritengo che il lavoro sia una necessità come l'evacuazione degli escrementi e che chiunque ami il suo lavoro non sappia vivere. Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica basteranno a fare la mia felicità fino alla mia morte, che un giorno dovrà pure arrivare e che egoisticamente io temo. I miei genitori sono per me soltanto degli esseri umani, è solo il caso che fa di loro mio padre e mia madre, è per questo che per me non sono che degli estranei. Ecco tutta la mia avventura. Non è né allegra né triste, è la vita. Non fisso a lungo il cielo perché quando i miei occhi ritornano al suolo il mondo mi sembra orribile.»
AUTORE: KAROL SZYMANOWSKI - INTERPRETE AL PIANO: ...IO! ;-)
Ormai avrete capito che la musica, di qualsiasi tipo essa sia ma soprattutto classica, è la passione della mia vita.
Ed anche che suono il pianoforte dall'età di 10 anni circa. MI sono diplomato che avevo 19 anni.
C'è stato un periodo neanche troppo lontano in cui onestamente ho accarezzato il sogno di diventare un concertista.
Sogno che è naufragato a causa di molteplici fattori, tra i quali primariamente la mia scarsa attitudine alla competizione.
Il mondo della musica, più di altri, è ormai saturo sia dal punto di vista della carriera concertistica, sia dell'insegnamento.
Perciò (è sempre stato così, ma oggi ancora di più) dev'essere principalmente l'agonismo a guidarti nel tentativo di far emergere il tuo talento al di sopra della media, altrimenti sei e resterai per sempre un buon pianista ma anonimo e irriconoscibile tra migliaia di altri pianisti come te.
Io questa cosa non sono mai riuscito ad accettarla sino in fondo, perchè snatura e svilisce il senso profondo del fare musica, un piacere che per me è puramente fine a se stesso. Le competizioni e i concorsi nazionali ed internazionali saranno anche importanti, ma finiscono per ridurre l'arte ad una specie di mercato del bestiame.
E così, il sogno sta ora dentro un cassetto. Ma la passione è sempre la medesima, ed anzi si rafforza col tempo.
Dopo 20 anni, posso ben dire che il mio amore per la musica è l'unica vera certezza nella mia vita. Il resto muta, si trasforma, ma lei è sempre lì con me e può trovarsi dentro uno spartito aperto sul leggio del pianoforte, oppure dentro un CD. Non mi abbandona mai.
Ho dato diversi concerti nella mia regione. Ora da qualche anno il lavoro si è impadronito del mio tempo, ma forse quest'anno avrò ancora l'opportunità di suonare di fronte al pubblico. Nel frattempo, quando posso e nei ormai rari momenti liberi, mi siedo al pianoforte a coda e studio, suono, eseguo. E respiro di nuovo, dopo essere stato in apnea tutta la giornata.
Di seguito trovate un brano (o per lo meno provo a postarlo) che ho registrato qualche mese fa con l'ausilio della mia tastiera.
Si tratta di un pezzo per pianoforte che ho scoperto di recente e che ho amato sin da subito: le Variazioni in si bemolle minore op.3 di Karol Szymanowski, genio della musica polacca della prima metà del '900. E' piuttosto complesso tecnicamente ed ho cercato di studiarlo a fondo, soprattutto il finale. Dura all'incirca una decina di minuti.
Oggi serata nebbiosa e plumbea, com'è possibile vedere (ammesso che ci si riesca...) nella orribile fotina in alto, scattata col mio cellulare. Eventi della giornata: - mi sono svegliato più stanco di quando sono andato a dormire, ma abbastanza sereno (è un evento anche questo...); - per le prime 15 ore della giornata mi sembrava di venire da un altro mondo (mirabili effetti del palcoscenico...); - la difficoltà di ritornare alla quotidianità dopo lo spettacolo di ieri sera è testimoniata ad imperitura memoria su una parete divisoria dell'ufficio dove lavoro, su cui ho assestato un cazzotto spaventoso in un momento di particolare stress (premetto che era ora di pranzo e non c'era nessuno, fortunatamente, altrimenti mi ricoveravano seduta stante...); - per il resto, tutto nella norma...
In questi giorni ho ritirato fuori una mia "vecchia" passione musicale, Keith Jarrett. L'avevo un pò abbandonato, lo confesso. Ricordo che intorno ai 18-20 anni scoprii il suo genio e non ci cavai le gambe fino ai 25 all'incirca. Ho anche suonato in concerto alcuni suoi brani, musiche che ti danno la certezza matematica che le gente si alzerà in piedi ad applaudirti per un numero indefinito di minuti. Non ne sto a parlare perchè non finirei più, e perchè sul web trovate quanto volete, basta digitare il nome su Google e il gioco è fatto. E' un pianista jazz atipico, i suoi concerti solistici dagli anni '70 in poi sono diventati oggetto di culto in tutto il mondo, per una caratteristica che li rende unici: sono completamente improvvisati. Nel senso che lui, quando si mette al piano all'inizio di un concerto, non ha nulla di preparato. La musica gli esce fuori dalla testa e dalle mani in quello stesso istante in cui la pensa. Fatto inspiegabile che ha fatto scervellare innumerevoli studiosi ed esperti musicisti, in un genere musicale (il jazz) in cui per altro l'improvvisazione è cosa assodata e fondamentale, nonchè parte integrante del concetto di jazz stesso. Posto un brano (uno "standard" americano da lui reinterpretato) che in questi giorni è tornato fuori un pò di volte sia con Narcysa che con Chiara. Lo trovate di seguito: è solo un estratto (da "Somewhere over the rainbow", eseguito nel concerto alla Scala di Milano nel 1997) ma rende l'idea della bellezza del suo tocco e della magia che sa creare nell'uditorio. Lo trovate di seguito: